Il presidente di Confindustria Vicenza auspica chiarezza. Zuccato boccia le intese territoriali «Complicazioni»

Il presidente di Confindustria Vicenza auspica chiarezza. Zuccato boccia le intese territoriali «Complicazioni»
Lo slogan "federalismo contrattuale" non convince «Se ho tre stabilimenti in tre regioni cosa devo fare, applicare forse tre differenti regolamentazioni?»

VICENZA. Roberto Zuccato non si fa incantare dalle parole. Federalismo contrattuale è uno slogan che non lo convince. Di più, per il presidente di Confindustria Vicenza è una deviazione inutile dalla strada maestra della semplificazione e della chiarezza che dovrebbe caratterizzare le relazioni sindacali. L'accordo firmato da Unindustria Treviso e da Cgil, Cisl e Uil «per la sperimentazione di un sistema innovativo di relazioni a base territoriale e per la stesura di contratti di secondo livello su base volontaria», lodato dal governatore Luca Zaia quale esempio, appunto, di federalismo contrattuale, non raccoglie quindi grande entusiasmo a Vicenza.
AZIENDALE «Va bene il federalismo, ma volerlo applicare ad ogni ambito, anche quello imprenditoriale, significa fare scelte ideologiche che non c'entrano niente con quelle esigenze di flessibilità e produttività delle nostre aziende - obietta Zuccato -. Noi abbiamo bisogno della contrattazione aziendale. E questo livello è più che sufficiente, se fatto nel modo giusto. Credo che facendosi un giro nelle nostre realtà venete si possano trovare esempi eloquenti. Qui la collaborazione tra imprenditore e lavoratore è frutto di un rapporto tagliato sulla singola realtà aziendale, tenendo sì in considerazione il contratto nazionale, ma senza rigidità». Aziendale e territoriale, dunque, per Zuccato sono alternativi e non complementari. «Pensare di ingabbiare questo schema in una forma di federalismo contrattuale - dice - aggiungendo, di fatto, un ulteriore livello alla contrattazione, diventerebbe dispersivo, creando confusione e non risolvendo alcun problema».
CASO FIAT Tutta la discussione sulla riforma del contratto, col progressivo svuotamento di quello nazionale per spostare la sostanza su quello di secondo livello, ha subito un'accelerazione drammatica col colpo di pedale dato dall'ad di Fiat, Sergio Marchionne. «La vicenda Fiat-Marchionne - sostiene Zuccato - non ha fatto altro che accelerare un'esigenza delle imprese, quelle grandi, ma non meno evidente in quelle più piccole. E cioè avere un livello contrattuale tagliato sulle caratteristiche delle aziende. Volendo semplificare quello che Marchionne ha voluto per la Fiat non è idealmente tanto diverso da ciò che anche le nostre aziende chiedono. Un obbiettivo che si realizza con un contratto nazionale leggero e di garanzia reciproca per lavoratori e imprese, lasciando che la personalizzazione contrattuale avvenga tramite il rapporto diretto tra impresa e collaboratori con una contrattazione aziendale che colga nella singola azienda i mezzi di misurazione e remunerazione delle sua performance».
REGOLE Se la semplificazione e la chiarezza delle regole restano le parola d'ordine per le imprese, è evidente, secondo Zuccato, che l'introduzione di un livello territoriale nella contrattazione finisce con l'aggiungere confusione. Ma per le tante aziende piccole che, specie nel Vicentino e nel Veneto, non hanno la possibilità di codificare un contratto aziendale che si fa? «Il rapporto tra lavoratore e impresa va semplificato e non reso più articolato - ribadisce Zuccato -. Devono esserci poche regole, ma certe per tutti. Se per esempio la piccola-media impresa priva di rappresentanza sindacale volesse avere uno strumento contrattuale aziendale lo schema di tutela giuridica fornitole ed il percorso negoziale da seguire sarebbero quelli indicati dai contratti nazionali: diversamente fallirebbe il collegamento con l'assetto contrattuale definito dall'accordo interconfederale».
LIVELLI In tempi di globalizzazione l'idea di fare un contratto su base provinciale trova dunque lo sbarramento di Confindustria Vicenza. «Un criterio dell'"ognun per sè e Dio per tutti" se ogni provincia si dotasse di proprie regole non sarebbe quanto di più auspicabile - osserva Zuccato - dopo circa venti anni in cui il sistema associativo datoriale ha cercato di darsi regole certe per dare risposta alle esigenze delle imprese. E se così fosse allora, volendo spingere sull'idea della territorialità, perché fare un livello provinciale e non invece quello distrettuale? E quali sarebbero poi i confini distrettuali? E a quali canoni dovrebbe far riferimento un'azienda ai confini geografici dell'area interessata? E le imprese con più unità di piccole dimensioni allocate in territori diversi e limitrofi a quale teorica disciplina dovrebbero richiamarsi? In un'economia sempre più globale, dove i confini amministrativi locali non coincidono certo con i confini di interesse delle aziende o dei loro insediamenti, pensare ad una pluralità di accordi territoriali siano essi provinciali o regionali è antistorico».
VALORI Con questo, Confindustria Vicenza resta in prima linea tra i sostenitori del federalismo, a cui peraltro dedicherà un convegno il mese prossimo. Ma un conto è l'aspetto istituzionale, un altro conto sono i contratti. «I valori indiscutibili del federalismo amministrativo non vanno interpretati come valori in sé in ambito negoziale sindacale e nel campo della disciplina del rapporto di lavoro - conclude Zuccato -. L'esperienza negativa fatta con la regionalizzazione della disciplina dell'apprendistato che ne ha frustrato le potenzialità è sotto gli occhi di tutti gli operatori economici. Come faremo a giustificare la bontà di questa scelta politica ad una nostra azienda (e faccio un caso concreto) che ha uno stabilimento in Friuli, uno nel Veneto ed uno a Desenzano e deve applicare tre differenti regolamentazioni regionali? Non sono questi i valori aggiunti che derivano da una doverosa attenzione al territorio e alla sua necessaria maggior autonomia amministrativa e fiscale».
Marino Smiderle

Vedi anche...