Il Veneto: detassare i salari e legarli alla produttività
Il Veneto: detassare i salari e legarli alla produttività
Mario Carraro: «Gli utili non si toccano, quelli si dividono tra i soci»
Gottardello (Cisl): «Ma il problema riguarda la trasparenza dei dati»
Martedì 19 Maggio 2009, Nazionale - Le retribuzioni in Italia da fondo classifica, secondo l'Ocse, hanno aperto dibattito: c'è chi reagisce proponendo di legare stipendi agli utili delle aziende, c'è chi propone di tagliare le tasse.
L'Ocse ci ha dato un calcio proprio lì buttandoci all'angolo? C'è chi reagisce proponendo un giro in pista con regole nuove. La prima: legare alle retribuzioni agli utili delle aziende. La seconda: detassare gli straordinari. Coreografi del nuovo dialogo imprenditori-lavoratori sono i ministri Maurizio Sacconi e Renato Brunetta. La coppia governativa del Nordest ieri - mentre infuriava il malumore per gli stipendi italiani col logo della depressione - ha proposto in successione questa mini rivoluzione: «Legare parte importante degli stipendi dei lavoratori alla partecipazione degli utili delle aziende» parla così Sacconi che indica la sinistra borghese "frenatrice" negli anni '90 dei salari. Una sinistra, ha rilevato, «prigioniera di borghesie parassitarie e ciniche che hanno idealizzato la moderazione salariale come modo di entrare in Europa e non invece l'incremento di produttività». Non si è fatta attendere la replica del segretario generale della Cgil, Guglielmo Epifani, e del Pd. «Sacconi - per il leader del sindacato di Corso Italia- non ha letto bene le statistiche internazionali che confermano quello che noi abbiamo sempre detto: c'è bisogno non solo di detassare il secondo livello ma anche il reddito da lavoro a livello nazionale». Il ministro, sottolinea dal canto suo il senatore del Pd, Tiziano Treu, «è come 'il lupo di mala coscienza', che come opera pensa. Una malacoscienza che mi impone di dare solidarietà al nostro Paese». Sacconi, aggiunge, «faccia chiaramente i nomi».
E Brunetta riprende: «Pensiamo di rendere strutturale la detassazione degli straordinari, una volta che saremo usciti da crisi, perché pensiamo che detassare la parte variabile del salario sia la strada maestra per far crescere di più dove si è più produttivi». Giusto? Sbagliato? Insufficiente?
Ringhia Giuseppe Bortolussi, direttore della Cgia (artigiani) di Mestre: «I dati Ocse si riferiscono ai single, (non si usa!) e hanno dei buchi legati all'ingresso nell'euro e quindi sono inattendibili. Ma Sacconi dice una cosa comprensibile: che corrisponde alla "produttività": senza produttività un'azienda non guadagna. E il salario è legato alla produttività, vale per il mondo artigiano, in tutte le aziende piccole e grandi. Aumentare la produttività vuol dire studiare, fare sacrifici, essere più bravi. Qui si deve sapere che uno lavora per te anche la domenica se capisce che avrà la sua parte: aumentare i salari vuol dire far crescere la domanda, cioè l'economia interna».
Bortolussi promuove mentre Bruno Svech, ex Cgil ora segretario del Pd del Friuli V.G. critica: «Fatta tante volte noi quella proposta che ora tira fuori Sacconi...era importante anche per l'organizzazione del lavoro. Però adesso questo non vorrà dire "sabotare" il contratto nazionale del lavoro? Tutto questo deve stare dentro il ragionamento che riguarda una parte accessoria che non tocchi il contratto collettivo». Gli fa eco Lino Gottardello, segretario Cisl di Venezia: «Da anni il salario può essere legato alla redditività dell'impresa e più che all'utile si guarda al margine operativo lordo; una pratica non diffusissima. Resta il problema della trasparenza dei dati, della possibilità di controllo. Finora funziona con accordi sul premio di risultato. Credo però ci sia un ritardo culturale anche nelle imprese: penso si debba investire molto sulla democrazia economica».
Mario Carraro, imprenditore padovano: «Non vedo perché legare i salari agli utili. Nei nostri contratti aziendali (come anche in Fiat) sono legati a risultati economici; senza parlare di utili che quelli si dividono coi soci. Si deve invece smettere di massacrare di tasse i salari». «Gli utili sono la remunerazione del fattore imprenditoriale: occorrerebbe andare cauti - dice Giancarlo Corò, docente di economia a Venezia - Il parametro per il premio salariale, che di solito si usa, è la "produttività", diversamente c'è una sorta di condivisione del rischio. Anche la recente riforma della partecipazione (senza la Cgil) lega salario a risultati. Mi pare che, nelle piccole e medie imprese del Nordest, di fatto, ci sia già condivisione di rischi e risultati». «Esiste già un rapporto tra utile di impresa e salario. Però tutto il salario non può essere collegato all'utile - spiega Emilio Viafora, segretario della Cgil del Veneto - Il governo ha invece scritto una "ipercentralizzazione": nel caso non si accettino le richieste locali. In questa vicenda pare che l'obbiettivo sia smontare il contratto nazionale. Che dicono le piccole e piccolissime imprese sulla conduzione dell'azienda assieme ai dipendenti? Il Governo punta a far diventare tutto il salario "variabile", temo».
Sergio Cassingena, vicentino, presidente supermercati Sisa: «I dipendenti non possono fare gli imprenditori. Stop. Nella mia azienda la produttività viene remunerata da dieci anni. Qualcuno sa cosa verificano le banche quando si chiede credito? L'Italia non ha bisogno di queste "invenzioni". Molte imprese hanno già agganciato produttività e utili aziendali per calcolare gli stipendi».
Adriano Favaro