INCHIESTA. A Vicenza emerge ancora uno spaccato preoccupante, dopo il caso della marocchina segregata dal marito. Immigrate, la paura è grande

INCHIESTA. A Vicenza emerge ancora uno spaccato preoccupante, dopo il caso della marocchina segregata dal marito. Immigrate, la paura è grande
Sono il 47% degli stranieri: i figli vanno a scuola, loro in un angolo spesso vittime di maltrattamenti Gli esperti: «Imparare l'italiano»

«La situazione delle donne immigrate è difficile, preoccupante. C'è molto malessere unito all'omertà e alla paura di reagire, dove spesso mancano tutte le conoscenze necessarie per capire». Kondè Odsname presidente dell'Unione Immigrati di Vicenza non ha dubbi al riguardo. «Molte donne non stanno bene, soprattutto perché non conoscono la lingua, non si sanno difendere, non hanno dialettica e, quindi, non riescono ad inserirsi. Se anche i figli vanno a scuola, loro restano in un angolo. Spesso senza alcuna possibilità di intervenire. Eppure, l'integrazione passa solo attraverso la conoscenza. Concetti difficili da capire. Anche se in questi anni sono sempre di più gli enti e le associazioni che propongono corsi di lingua che alla fine dovrebbero portare all'integrazione nella vita di tutti i giorni, nel rispetto delle diversità di tutti».
Sono donne venute dall'Oriente, dall'Africa, dal Maghreb, dall'Europa dell'Est. Secondo il dossier Migrantes della Caritas rappresentano il 47 per cento dei 90 mila immigrati presenti nella provincia. Alcune stanno chiuse in casa, non escono se non accompagnate, altre sono molto più attive: si sono trovate un lavoro e, lentamente, hanno conquistato un difficile pezzo di autonomia. Ma spesso il prezzo da pagare è alto. Anzi, altissimo come la cronaca ci ha raccontato in questi giorni. Nel diario di Samia , una giovane marocchina residente in un centro dell'Alto Vicentino erano raccontate tutte le angherie che il marito le faceva subire, chiusa in casa senza nemmeno la possibilità di partecipare ad un corso d'italiano.
«Si tratta solo della punta di iceberg - prosegue Odsname- che nasconde situazioni ancora più drammatiche dove la violenza, i soprusi sono all'ordine del giorno. Spiegare, far capire che le donne non possono subire violenze, indipendentemente dalla religione di ognuno, rappresenta uno dei temi di cui l'Unione si occupa di più, almeno ultimamente. Il disagio esce allo scoperto e spesso parlare non è più sufficiente. Per cui arrivano separazioni, divorzi, fughe. Il mezzo più efficace per combattere questa situazione parte dal basso, dall'insegnamento dell'italiano che permette di offrire la possibilità a tutte le straniere di capire che cosa dicono i medici, le insegnanti dei loro figli. Diventa uno scalino verso l'integrazione».
Infatti le immigrate hanno cominciato a rivolgersi ai centri antiviolenza ad associazioni come "Donna chiama Donna", ai sindacati, a tutti quei sodalizi nati per insegnare un lavoro e che alla fine diventano il luogo dove confessare quello che accade tra le quattro mura di una casa. Laura Pasinato dell'associazione "Spazio aperto " di Creazzo ne sa qualcosa. «Da noi passano donne del Ghana, Burkina Faso, Romania, Serbia, Brasile, India - spiega - e lo fanno perchè organizziamo corsi di italiano, cucito ed economia domestica. Vorremmo essere in grado di dare a loro la possibilità di imparare prima una lingua, poi una professione che magari in futuro potranno sfruttare. Alcune iniziano, molte si perdono per strada. Tante parlano e le storie - continua la presidente - sono sempre le stesse: parlano di violenze, maltrattamenti, ricatti. Per loro è difficile uscire da certi schemi, o meglio è complicato far capire ai mariti che se anche imparano una lingua oppure un lavoro non perdono la loro identità. C'è chi arriva con il velo e appena entrano se lo tolgono perchè si sentono al sicuro. Questo ci fa piacere, ma sappiamo che dietro a questi gesti ci sono anche drammi di cui non tutte parlano. L'integrazione è una parola complessa, un agire fondamentale dove gli strumenti da sfruttare sono molti, ma non sempre a portata di mano, Noi - conclude Pasinato - cerchiamo di dare alternative. Certo fra mille difficoltà, ma crederci e, soprattutto, provarci tutti i giorni, è fondamentale». «Ma la responsabilità dei conflitti - aggiunge Fatina Mdaje, presidente dell'associazione Donne immigrate del Veneto - non è mai da una sola parte. Ecco perchè molte straniere mi chiedono consigli. Penso che il dialogo sia la prima risposta da dare. E chi non sa parlare deve imparare ad accettare le diversità di tutti. La cultura, la provenienza sono aspetti che non possono essere accantonati, le situazioni spiacevoli non mancano. Ma spesso c'è anche la determinazione di provare a risolvere, non solo di mandare tutto all'aria. E questo vale per le donne straniere e anche per il resto del mondo. Capire che cosa vogliamo e poi trasmetterlo è importante, un passaggio fondamentale che può avvenire solo con un mutamento culturale rilevante. Infatti la vera sfida è rappresentata dal nostri figli - conclude la presidente - saranno a loro a segnare il passo della nuova generazione che lavorerà e studierà in Veneto. Se avranno genitori forti saranno altrettanto determinati, se avranno famiglie solide lo saranno anche loro. Anche se arrivarci non è semplice. Anzi, è difficile e le storie che sentiamo tutti i giorni ce lo ricordano. Ma esistono anche in Italia, nel Veneto e a Vicenza».
Chiara Roverotto