IMPRESE E LAVORO DA RILANCIARE

Si usa dire che la crisi può essere l'occasione per fare i conti con problemi strutturali non risolti. Un monito in questo senso viene dal rapporto della Banca d'Italia della scorsa settimana sul sistema produttivo. Ma finora non sembra che questo monito sia preso sul serio. Eppure l'Italia non manca di problemi strutturali irrisolti. A cominciare dalla debole produttività totale dei fattori, che sempre per Bankitalia è «la ragione principale del rallentamento italiano». La nostra debolezza competitiva risale a ben prima della crisi in corso, ma oggi costituisce un motivo di preoccupazione in più sulle prospettive future. C'è poco da consolarsi dicendo che noi stiamo soffrendo meno di altri. A parte che questo non è vero per migliaia di aziende e di lavoratori, la crisi ha effetti meno visibili perché colpisce un «corpo» economico meno reattivo e che già viveva a basso regime. Ciò non toglie che la malattia sia grave e che richieda terapie forti. Servono sicuramente interventi di emergenza, ma il monito di Bankitalia stimola a non disgiungere l'azione di emergenza da misure strutturali.
Fu così nella crisi del 1992-93, un precedente che dovremmo seguire, come ci ha ricordato Gilberto Muraro su questo giornale. Allora ci furono misure finanziarie di emergenza, coraggiose e dolorose, ma necessarie. Ma i governi Ciampi e Amato impostarono anche quattro riforme strutturali altrettanto coraggiose sulla previdenza, la sanità, la finanza locale e il pubblico impiego. Non tutte ebbero seguito adeguato, ma contribuirono a salvarci dalla bancarotta e segnarono un forte capacità di reazione del nostro Paese, della sua politica e della società. Quel che preoccupa di più è che oggi questa capacità di reazione sembra mancare e il governo non fa niente per stimolarla. Si limita a interventi spot e ad annunci, neppure questi lungimiranti. Lo stesso governo adduce il motivo della criticità dei nostri conti pubblici. Ma nel 1992 lo stato delle nostre finanze non era certo meno critico; eppure il governo di allora ebbe il coraggio di scommettere sul futuro rendendo credibili gli impegni di riforma con una pratica di rigore finanziario e insieme di equità sociale. Su questi obiettivi seppe aggregare le forze sociali nel grande patto del 1993, che servì a stabilizzare l'economia e a propiziare un vasto consenso sulle successive riforme delle pensioni e del mercato del lavoro. Non sappiamo se la crisi attuale abbia raggiunto il punto di maggiore gravità e se i barlumi di luce in fondo al tunnel dell'economia globale siano reali e riguardino anche il nostro oscuro orizzonte. Certo è che per propiziarli e renderli utilizzabili occorre quell'insieme di misure congiunturali e strutturali che ci aiutò oltre quindici anni fa. Anche oggi il coraggio di prendere queste misure deve partire dal governo, ma deve appoggiarsi su un forte consenso sociale e politico. Le manifestazioni di solidarietà sociale e politica nei confronti del dramma dell'Abruzzo mostrano che il Paese è capace di rispondere, se sollecitato. Ma così non avviene sul più vasto orizzonte della crisi. Dal governo non arrivano chiamate e proposte per un patto sociale all'altezza delle necessità. Le attuali divisioni sindacali non aiutano; ma sulle risposte alla crisi queste divisioni sono superabili. Se si guarda bene, senza pregiudizi, alcune priorità di intervento sono segnalate concordemente da tutte le parti sociali e dalla stessa opposizione politica. E possono avere valore sia per l'emergenza, sia in prospettiva. Così è del sostegno ai redditi più bassi e della lotta alle diseguaglianze, che sono troppa alte in Italia, come ricorda ancora Bankitalia. Così è della riforma degli ammortizzatori sociali, che serve a dare sostegno a imprese e lavoratori nella crisi, quindi a sostenere la domanda, e insieme a fornire il nostro Paese di una rete di sicurezza che attende, unico in Europa, da anni. Gli interventi «in deroga» approvati dal governo sono segnali deboli, oltretutto tardano a concretarsi, e non danno sicurezze per l'avvenire. Gli stessi obiettivi coraggiosi devono ispirare gli interventi a sostegno delle imprese. Occorre aiutarle a superare la crisi, riaprendo il credito e accelerando i pagamenti della pubblica amministrazione, ma anche a correggerne le debolezze di fondo. Le priorità segnalate dal rapporto di Bankitalia indicano la necessità di sostenere le attività imprenditoriali innovative, nel senso più ampio, di promuovere la internazionalizzazione nelle sue varie forme, la ricerca della qualità più che la competitività di prezzo, una crescita dimensionale (consona al settore), il riassetto del capitalismo familiare, e di estendere la concorrenza specie nei servizi. Sono priorità difficilmente controvertibili, che servono per l'oggi e in prospettiva. E non tutte sono costose, anzi servono migliorare l'uso delle risorse. Ma per affrontarle occorre superare la visione corta oggi prevalente. Occorre anzitutto che il governo decida di mettere queste priorità al centro dell'agenda politica e che chiami a rispondere su di esse parti sociali e parti politiche. Solo con questo coraggio e con un coinvolgimento effettivo di tutti gli attori si possono superare le resistenze a innovare e ad attuare interventi difficili come la lotta agli sprechi e la redistribuzione della spesa sociale, dalle pensioni ai settori carenti dell'assistenza, delle politiche del lavoro, eccetera. Soprattutto è possibile stimolare le capacità di reazione del Paese e convincerlo a scommettere sul proprio futuro.
Tiziano Treu