IL RICORDO. L'ex segretario regionale rende omaggio al padre dello Statuto dei lavoratori. «Così distrussi i poster della Cisl contro Giugni». Oboe: «In quegli anni partiti e sindacati gli erano ostili»

IL RICORDO. L'ex segretario regionale rende omaggio al padre dello Statuto dei lavoratori. «Così distrussi i poster della Cisl contro Giugni». Oboe: «In quegli anni partiti e sindacati gli erano ostili»
VICENZA. «È morto Gino Giugni e sarebbe il caso che quel che è successo nel corso della sua esistenza venisse tenuto in considerazione da parte dei sindacati e pure dalla politica». Bruno Oboe, valdagnese, memoria storica della Cisl vicentina, si sente un po' in debito col padre dello Statuto dei lavoratori, anche se non ha voglia di farne un santino. Solo che sono passati tanti anni e forse qualcuno necessita di una rispolveratina di vecchi argomenti, oggi dati per scontati.
«A Giugni dobbiamo essere tutti grati - ricorda l'ex segretario regionale della Cisl - soprattutto noi del sindacato. Se adesso nelle aziende è riconosciuto il diritto al lavoratore di avere una rappresentanza sindacale, il merito è proprio di Giugni e alla sua politica riformatrice. E pensare che, nel 1970, quando lo Statuto venne approvato, gli stessi sindacati e il più importante partito di sinistra, il Pci, gli erano ostili».
Possibile? Ma se solo pochi anni fa ci fu una mobilitazione globale del mondo della sinistra contro quello che veniva interpretato come un attacco all'articolo 18? «Mi viene da sorridere - obietta Oboe -. Anzi, da piangere. Ma lo sa che alla fine degli anni 60, quando era in pieno svolgimento la discussione sulla legge, la Cisl romana spedì a Valdagno un pacco di manifesti contro lo Statuto?».
E Oboe come reagì? «Con buon senso - risponde -. Mandai al macero tutto il pacco di poster, perché sapevo che si stava esagerando. Sì, adesso tutti si sperticano in elogi per il grande documento che tutela i diritti dei lavoratori, ma allora i sindacati mal tolleravano l'invasione dei partiti in quello che ritenevano essere un proprio campo esclusivo».
Ma se c'era chi diceva che la Cgil era la cinghia di trasmissione del Pci? E la Cisl, sì, insomma, era molto vicina alla Dc. «Però Giugni era socialista - osserva Oboe - e comunque fece molti corsi per la Cisl. Lui sì che era un riformatore vero. Fu per questo che il Pci, ricevendo probabilmente la... trasmissione della Cgil, quando si trattò di votare per l'approvazione dello Statuto dei lavoratori, si astenne. E anni dopo, solo chi osava mettere in discussione un punto di quella legge, doveva fare i conti, indovinate con chi, già, proprio col Pci».
«Giugni faceva parte - continua Oboe - di quella categoria di giuslavoristi che, proprio per aver contribuito a mettere ordine nel mondo del lavoro e nelle relazioni sindacali, finirono nel mirino dei terroristi».
«Il 3 maggio 1983, mentre stava camminando a Roma, venne "gambizzato" da una donna - registra Wikipedia -. L'attentato fu rivendicato dalle Brigate Rosse, e fu anche il primo di un cambio di strategia da parte di quella organizzazione terroristica. Tale nuova strategia, infatti, consisteva non più nel colpire il "cuore" dello Stato attraverso i suoi poliziotti, magistrati o alti dirigenti politici, bensì nel prendere di mira i cosiddetti "cervelli" dello Stato (come appunto Giugni, ed in seguito Massimo D'Antona e Marco Biagi) ossia l'anello di congiunzione tra le istituzioni e il mondo economico».
Considerata la storia d'Italia, è già un miracolo che Giugni sia morto di morte naturale. «Ci mancherà - conclude Oboe -. Al Paese, ai lavoratori, ha dato molto».
Marino Smiderle