IL CASO. La rabbia dei poliziotti delle scorte accusati di truffa e abuso d'ufficio. Posizione archiviata dopo due anni. A Vicenza 50 pentiti di mafia «Godono di troppi privilegi»

IL CASO. La rabbia dei poliziotti delle scorte accusati di truffa e abuso d'ufficio. Posizione archiviata dopo due anni. A Vicenza 50 pentiti di mafia «Godono di troppi privilegi»
Il Coisp: «Sono un male necessario alla giustizia, hanno ville e stipendi ma quanto dichiarano deve essere valutato attentamente, e quando dicono fesserie non pagano»

«I pentiti di mafia godono di troppi privilegi, e purtroppo non sono chiamati a rispondere in maniera puntuale delle loro dichiarazioni. La cinquantina di pentiti che vivono nel Vicentino ha una casa, che spesso è una villa, è circondata da mogli, figli, zii e nonne che nel Meridione potrebbero esseri uccisi dalla criminalità organizzata; queste persone hanno lauti stipendi e quando, dopo 15-20 anni, si chiude il loro periodo di protezione perché si concludono i processi avviati dalle loro dichiarazioni alla giustizia, godono di una cospicua liquidazione. Da loro ci si aspetterebbe un comportamento corretto, ma non sempre è così».
A scatenare la polemica sui pentiti è il sindacato di polizia Coisp, che ieri mattina, ospite a palazzo Nievo, con il segretario nazionale Franco Maccari e il regionale Luca Prioli, ha ragionato sull'archiviazione del procedimento penale a carico di quattro poliziotti, fra cui lo stesso Prioli, che erano stati ingiustamente accusati di truffa e abuso d'ufficio da un pentito che seguivano quando lavoravano all'ufficio scorte della questura di Vicenza.
«Lo strumento dei pentiti è valido ai fini della giustizia, senza di loro non c'è lotta alla criminalità organizzata - sintetizzato i poliziotti -, però va calibrato. Chi collabora lo fa o per evitare la morte da parte dei suoi ex complici o per evitare il carcere duro. Se passano dalla nostra parte, quella della giustizia, sono uomini liberi, sono serviti e riveriti per anni pagati con le tasse dei cittadini. Però - commenta Prioli - il programma di protezione dovrebbe cessare non appena uno racconta cose senza fondamento, o senza alcun riscontro. Come ha fatto quello che ci ha accusati, come si è visto, senza prove e senza alcun motivo reale. Io mi auguro che questo siciliano venga mandato via da Vicenza».
Il discorso sui pentiti, per Maccari, vale in genere per le denunce agli appartenenti delle forze dell'ordine. «Oggi in Italia abbiamo 900 poliziotti indagati. Di loro, statisticamente, solo il 5 per cento va a giudizio ma intanto vengono rimossi dal loro incarico, con costi elevati per le amministrazioni che li hanno formati per un certo ruolo, e che sono costretti a parcheggiarli da qualche parte». Molte denunce - sporte da immigrati clandestini e pentiti - sono strumentali: per avere un permesso di soggiorno temporaneo o agenti più "malleabili" alle loro esigenze. «Per questo proponiamo che vengano riviste le posizioni di molti pentiti, le cui dichiarazioni, alla prova dei fatti, non sono di utilità per scoprire delitti e organizzazioni criminali; proponiamo che gli appartenenti alle forze dell'ordine indagati abbiano corsie preferenziali, nel senso di più veloci, per la definizione delle loro inchieste; e che i pm procedano d'ufficio per calunnia per chi sporge denunce infondate».
«I circa 300 pentiti che abbiamo in Veneto sono tantissimi - conclude Prioli - e rappresentano un costo anche in termini di forze dell'ordine che li seguono quotidianamente. A volte può venire il sospetto che fare il pentito, per qualcuno, sia solo un mestiere».
Diego Neri

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