I dati Istat sulla povertà. Crisi, le famiglie senza salvagente

I dati Istat sulla povertà. Crisi, le famiglie senza salvagente
A scriverle le cifre è abbastanza facile. In fondo i numeri sono neutri. Ma se dietro un numero scorgi il volto di un padre e di una madre con figli, allora la freddezza è finita. Così per gli ultimi dati Istat: una famiglia su cinque è in difficoltà economiche. E ben un 6,3 per cento non riesce ad arrivare a fine mese. È come sottolineare che la crisi economica riguarda persone in carne e ossa.
Non si tratta più di astratte e complicate, ovviamente per la gente comune, crisi finanziarie. Ora in alcuni nuclei familiari si fanno i conti con i centesimi. Ormai ai centri di accoglienza Caritas, della San Vincenzo de' Paoli, del Banco alimentare (nella foto, la Colletta alimentare), alle stesse mense si presentano molti italiani. Giorni fa un agricoltore del nostro Nordest, raccontava che non raramente in azienda arriva qualcuno per chiedere semplicemente latte per il suo bambino. Non gli era mai capitato finora, anche se per lo più si tratta di immigrati.
Che le difficoltà della famiglia siano rilevanti lo mostra la cosiddetta «colletta della speranza» indetta dalla Cei in tutte le chiese d'Italia per domani, 31 maggio. Il presidente della Cei, cardinale Bagnasco, di solito assai prudente, questa volta ha usato espressioni assai forti nella sua prolusione, affermando che la crisi tocca in modo «più diretto, cruento, la realtà ordinaria della famiglia». E non è stato neppure tenero sul fenomeno del precariato, dei lavori atipici, definendoli «una svalutazione del lavoro, identificato come circostanza casuale e fortuita». E i dati Istat gli danno ragione.
Certo esistono gli ammortizzatori sociali e i provvedimenti che il governo ha preso all'inizio di questo tornado finanziario, giudicati però insufficienti da più parti, Confindustria compresa. Ma si sa che il nostro debito pubblico non consente la distribuzione di denaro allo stesso modo della Germania, che può permettersi di portare il suo debito dal 60 all'80 per cento del proprio Prodotto interno lordo, mentre noi navighiamo già con la prospettiva di sfondare quota 120 per cento.
Al di là del fatto che come sottolinea Tremonti, eccezion fatta per il sovraccarico della crisi, il nostro deficit viaggia al di sotto del 3 per cento, il governo, conscio della gravità dei conti italiani, sa di non poter dare di più. Ma purtroppo trova difficoltà a tagliare gli sprechi dell'amministrazione pubblica, anche perché occorrerebbe tagliare occupazione inutile e insieme clientelare. Per questa ragione deve elargire fiducia e contare su una ripresa non lontana nel tempo. È anche costretto a propagandare aiuti che di fatto non sono finanziati se non in parte. Può essere una strategia della «consolazione», vincente. Ma va osservato che se la crisi perdura questa «bugia» a fin di bene potrebbe davvero mostrare le sue gambe corte.
Eppure la famiglia, sufficientemente supportata, potrebbe diventare il volano di una ripresa dei consumi interni in un momento di crisi delle esportazioni e per un'economia come la nostra proiettata sul commercio con l'estero. Servirebbe, però, una politica coerente sulla famiglia che fatica ad emergere, qualunque sia il governo in carica. Non si riesce ad impostare una serie di misure family friendly, amichevoli verso la famiglia. Tra esse va istituito un nuovo rapporto con il fisco, più impostato sul nucleo familiare che sull'individuo, più sociale e meno individualista. Basti pensare che del punto di vista fiscale sono avvantaggiate le famiglie di fatto, i single, le coppie senza figli, i divorziati o separati, inducendo addirittura a separazioni legali soltanto formali.
Comunque la si pensi sul piano etico, questa è una situazione che non giova di certo all'economia.