FESTIVAL BIBLICO. In Camera di commercio un convegno sui volti del lavoro con mons. Bregantini, Copiello e Carraro
«È solamente la persona la cattedrale da erigere». Etica in primo piano per il vescovo. L'imprenditore pensa alla crisi demografica: «Senza figli dove andiamo?»
«La cattedrale da costruire ai nostri giorni è la persona». L'arcivescovo Giancarlo Maria Bregantini non ha dubbi. In un periodo di crisi come quello che il nostro paese sta attraversando sono stati messi in discussione valori etici e sociali. «Da quelli bisogna ripartire per ricostruire le radici dell'uomo. Ricordiamoci che la precarietà è la negazione della dignità della persona. Chi non ha un lavoro certo, ha un volto stanco, spento. Perché non ha ideali e, quindi, come si può confrontare con i suoi simili...?».
Concreto, attento. Per certi versi lapidario, il vescovo che ha combattuto la sua battaglia con il sistema malavitoso che si inserito nel Sud, n'dragheta o camorra che fosse, ieri nel corso del "Festival Biblico" ha partecipato ad un convegno nella sede della Camera di commercio coordinato dal segretario provinciale della Cisl, Gigi Copiello, con l'ex presidente degli industriali del Veneto Mario Carraro e da un sindacalista tedesco Gerhard Gersten. Il tema: "I volti del lavoro".
Argomento interessante e stimolante, che i relatori hanno saputo cogliere nei vari aspetti, liturgici e morali per quanto riguarda la parte riservata al prelato. Più immediati, concreti quelli utilizzati da Mario Carraro, il quale è partito da un'analisi storica parlando del '700, delle prime fabbriche, «di come difficilmente si staccavano i lavoratori dalla terra e di come un po' alla volta le cose siano cambiate».
Si è soffermato sulla Cina, sull'India «dove non è vero che gli stipendi sono da fame, ma vengono ripartiti su un sistema economico diverso, dove le esigenze sono differenti. Senza dimenticare - ha sottolineato l'imprenditore - che è fondamentale pensare alla nostra crescita demografica, fallimentare. Per cui dove vogliamo andare se non creiamo forza lavoro? Dobbiamo darci un modello demografico che rientra nella complessità dell'organizzazione sociale, l'evoluzione industriale in questi ultimi anni ha marciato con l'immigrazione, questo non dobbiamo dimenticarlo».
Sta di fatto che dalla crisi bisogna uscire. «Su questo non ci sono dubbi - ha ripreso Carraro - il problema è che non sappiamo che cosa troveremo al di là del tunnel. E per questo il nostro volto deve essere diverso, differente: dovremo essere in grado di relazionarci all'interno della nostre fabbriche, ma anche nel Paese in cui viviamo e nel mondo più in generale. E che cosa servirà? Una rivisitazione del nostro modo di lavorare: più specializzazione che parta dalle scuole e che poi prosegua nei vari cammini della nostra vita».
«Il valore del lavoro che una persona esercita è sempre più importante. Non c'è macchina più flessibile dell'uomo - ha ricordato Gigi Copiello, segretario provinciale della cisl - in questi anni c'è stata una grande novità: la responsabilità si è costituita più con la testa che con le mani, per cui non dipendiamo più solo dalle macchine, ma dalla capacità delle persone. Se un tempo, nel mondo del lavoro, esisteva un cartellino con un numero privo di diritti, ora c'è una persona, responsabile, creativa e in grado di esprimere il suo talento».
Certo, di passi ne sono stati fatto molti, questo però non ha impedito di arrivare ad una crisi grave, difficile che all'estero interpretano in maniera diversa. «In Germania non esistono frammentazioni sindacali - ha puntualizzato Gerhard Gersten -. I nostri problemi sono rappresentati dalla globalizzazione, da nuove generazioni che arrivano nel nostro paese e che vogliono inserirsi nel mercato del lavoro».
Il sindacato deve cambiare, ha puntualizzato Carraro, «perché il lavoro deve crescere intellettualmente, per cui certi schemi vanno superati, solo così si trasformerà la società». L'ultima parola al vescovo. «Educare nel prossimo decennio vorrà dire esprimere un solo concetto: testimoniare che non possiamo dire nulla se prima non siamo qualcosa».
Chiara Roverotto