E' tempo di metter mano alle pensioni
Dallo scalone mai nato allo scalino. Da ieri, chi non abbia già accumulato 40 anni di contributi va in pensione per anzianità un anno più tardi, precisamente a 59 anni e con la somma di età anagrafica e anni di contribuzione pari a 95 (ma 60 e 96 per gli autonomi). Dall'inizio 2011, altro scalino; e un altro ancora dopo due anni, arrivando così nel 2013 a 61 anni e a quota 97, sempre chiedendo un anno in più agli autonomi. Un passetto avanti in quel percorso di innalzamento dell'età di accesso alla pensione - sia a quella per vecchiaia (ora 65 per gli uomini e 60 per le donne) sia a quella anticipata per anzianità contributiva - che è considerato inevitabile a fronte di una vita media più lunga e di un minore tasso di natalità «nazionale».
Dallo scalone mai nato allo scalino. Da ieri, chi non abbia già accumulato 40 anni di contributi va in pensione per anzianità un anno più tardi, a 59 anni e con la somma di età anagrafica e anni di contribuzione pari a 95 (ma 60 e 96 per gli autonomi). Dall'inizio 2011, altro scalino; e un altro ancora dopo due anni, arrivando così nel 2013 a 61 anni e a quota 97, un anno in più agli autonomi. Un passetto avanti in quel percorso di innalzamento dell'età di accesso alla pensione - sia a quella per vecchiaia (ora 65 per gli uomini e 60 per le donne) sia a quella anticipata per anzianità contributiva - che è considerato inevitabile a fronte di una vita media più lunga e di un minore tasso di natalità «nazionale». Per questo l'Italia decise negli anni '90 di passare dal sistema retributivo, che agganciava la pensione all'ultimo stipendio, a quello contributivo che dà a ciascuno in proporzione ai contributi versati. E per questo la riforma Maroni del 2004 preannunciò che l'età pensionabile per anzianità si sarebbe alzata di scatto a 60 anni per gli uomini (57 per le donne) nel 2008 e a 61 anni per tutti nel 2010. Una decisione annullata dal governo Prodi che nel 2007 sostituì il salto con una serie di scalini. Ritornato Berlusconi nel 2008, non è stato tuttavia ripristinato lo scalone: evidentemente, il beneficio dell'accelerazione è stato ritenuto inferiore al costo politico di un nuovo scontro sociale, anche perché la crescita della spesa pensionistica era comunque rallentata con gli scalini. Ma oltre allo scalino, c'è molto di nuovo nel 2009 sul fronte delle pensioni. C'è il ritorno al sistema retributivo per i dipendenti della Camera, che ha creato scandalo (la casta ha colpito ancora!), ma non traumi economici. C'è la possibilità di andare in pensione e lavorare anche come dipendente, una mossa che induce a pensionarsi in anticipo, con un costo stimato molto a spanne in 300-500 milioni di euro, ma che dovrebbe dare un largo beneficio nell'emersione e tassazione del lavoro nero.
C'è la procedura di infrazione avviata dalla Comunità europea per l'attuale discriminazione nel pubblico impiego, che vede gli uomini in pensione per vecchiaia a 65 anni e le donne a 60: stando alla proposta Brunetta, dal prossimo anno si dovrebbe aumentare l'età pensionabile delle donne di un anno ogni due, arrivando alla parificazione nel 2018, con un risparmio previsto in due-tre miliardi di euro.
C'è, infine, e soprattutto, lo scoppio della grande crisi. Con un Pil atteso in discesa di oltre il 5%, la spesa pensionistica, destinata a crescere del 4%, inciderà ancora di più sulle risorse nazionali. Il rapporto pensioni/Pil supererà il 15%, accentuando l'anomalia italiana: rispetto agli altri Paesi Ue, spendiamo troppo in pensioni e troppo poco in ammortizzatori per la disoccupazione e sostegno alle famiglie.
Ciò ha ridato fiato alle richieste di riforma: accelerare l'aumento dell'età pensionabile e il passaggio al sistema contributivo. Il governo sembra d'accordo ma rinvia. «Proprio ora», sostengono invece i proponenti, per due motivi: perché la crisi genera una maggiore disponibilità alle riforme, come ci insegna la drastica cura del governo Amato nella crisi del 1992; e perché un minor debito pensionistico renderebbe il Paese più affidabile sul mercato finanziario internazionale e consentirebbe di allargare il deficit e svolgere una politica più coraggiosa contro la recessione. Ci siamo già schierati per questa posizione, sia pure propugnando regole meno rigide e un maggior uso di incentivi. Il provvedimento sulle pensioni di vecchiaia delle donne nella Pa, che non potrà attendere più a lungo, potrebbe essere l'occasione per riavviare il dibattito e prendere decisioni di ampio respiro.
Gilberto Muraro