E la Lega il partito dei lavoratori

La maggior parte dei disoccupati, la maggior parte degli operai, la maggior parte degli studenti. Altro che partite Iva: la Lega è diventato il partito dei veneti di tutte le età, le professioni, i ceti sociali. Il 47,6% degli operai e il 42,7% dei disoccupati vota stabilmente per il Carroccio, persino un terzo degli addetti al pubblico impiego. Nel Trevigiano il rapporto è ancora superiore: almeno il 60% degli operai vota padano. Fuori gioco completamente il Pd: nemmeno operai e disoccupati scelgono più il partito di Bersani, se non in minima parte (il 14%). Raccontarlo davanti alla platea dei sindacalisti della Cisl è come parlare di corda in casa dell'impiccato. Ma il sociologo Paolo Feltrin non fa che presentare l'ultima ricerca dell'istituto Tolomeo su risultati e scenari delle Elezioni regionali 2010. Treviso è diventata la capitale leghista d'Italia: con il 48,5 % è saldamente in testa, precedendo Sondrio, Vicenza, Bergamo e Verona. L'effetto Zaia, da solo, vale almeno tre punti su base regionale. Ma il radicamento sul territorio non c'entra nulla: «Può essere una condizione necessaria, ma non sufficiente - è il parere del sociologo -. E non c'è alcun rapporto tra i voti alla Lega e la presenza di loro sindaci. Anzi, prendono più voti dove sono all'opposizione». Secondo Feltrin l'onda verde è causata prevalentemente dalla perfetta interpretazione della società settentrionale e industrializzata: «Riesce a politicizzare come nessun altro alcune questioni chiave: fuori i terroni, Roma ladrona, paroni a casa nostra e basta stranieri. Nessun altro partito è riuscito a farlo meglio della Lega». Feltrin, che invita a guardare i manifesti elettorali del Labour Party alle prossime elezioni britanniche (la prima questione è "stop agli immigrati"), ipotizza la saldatura, al nord, tra l'elettorato di centrodestra e la Lega guidata da Tremonti, invita la sinistra a riflettere e rinnovare la propria classe dirigente, ipotizza una corsa solitaria della Lega alle prossime elezioni provinciali («Se fosse andata da sola alle Regionali avrebbe vinto con maggior margine»). Feltrin è severo soprattutto con il centrosinistra: «Si tratta della più grave sconfitta dal dopoguerra. A pagarne le conseguenze maggiori è il Partito Democratico, che da partito a vocazione maggioritaria è diventato minoritario e territorialmente isolato. E' socialmente confinato a due ceti professionali: il pubblico impiego e i pensionati. Ma così non va da nessuna parte. Inoltre, è privo di una politica di alleanze: se si allea con la sinistra, perde al centro. Se si allea col centro, perde a sinistra. Sembra confinato al ruolo del Pci anni Cinquanta, senza però quella classe dirigente». Secondo Feltrin, Laura Puppato - definita una ottima leader di una coalizione con Rifondazione - non ha portato voti in più al Pd, ma ne ha trattenuti. Il Pd deve togliersi dall'angolo di elettori vecchi e statali, che si definiscono «di sinistra» ma che non hanno capacità d'attrazione al centro. Praticamente, una missione impossibile.
Daniele Ferrazza