«Difendiamo la dignità del lavoro». Ottomila in piazza per tutelare diritti e Costituzione: duro attacco al governo
«Difendiamo la dignità del lavoro». Ottomila in piazza per tutelare diritti e Costituzione: duro attacco al governo
Silvestri (Fiom): «A Pomigliano sconfitto chi voleva un plebiscito e sfondare un argine per togliere la libertà»
Sono tutti stanchi di essere presi in giro, di pagare per una crisi creata da altri, di vedere la scuola allo sbando che chiede soldi alle famiglie per la carta igienica che non si può più comprare, per il materiale didattico che manca, mentre gli insegnanti attendono da settembre il pagamento degli straordinari. Sono stanchi di una politica cui non interesse la cultura e la formazione dei giovani, ma piuttosto scardinare il mondo del lavoro, dividerlo, come a Pomigliano, diventato un simbolo.
Non c'è astio verso Cisl e Uil che firmano accordi separati, solo il dispiacere di non vedere in piazza le loro bandiere quando si tratta di difendere la dignità del lavoro, i suoi diritti, la Costituzione minacciata, come dice dal palco in Piazza Garibaldi Antonio Silvestri nel suo applauditissimo intervento.
Silvestri del resto è in mezzo al suo popolo, la Fiom, è il popolo dei metalmeccanici che ha bloccato il plebiscito invocato da Marchionne e Sacconi a Pomigliano d'Arco. E come dargli torto, conti alla mano: sul no è confluito il 17% in più di voti rispetto agli iscritti della Cgil, sono arrivati allora voti anche da Cisl e Uil. Per questo quel disperato appello di Silvestri: «Dove siete lavoratori di Cisl e Uil? Dobbiamo essere tutti qui quando la libertà d'impresa diventa un valore assoluto e quella dei lavoratori una variabile indipendente».
Nessuna acredine, però: «Non sono certo in mala fede - dice il leader provinciale Cgil Andrea Castagna a fine manifestazione - gli altri sindacati hanno però ormai un modello diverso di società che presta il fianco a pericolose derive». Quelle derive riassunte nella vicenda di Pomigliano, nella politica del governo con il suo alfiere del Pdl, il ministro Maurizio Sacconi. Lui, oggi un falco di Berlusconi, ieri ex socialista di area De Michelis-Zanella quando il Psi aveva nel suo simbolo il riassunto del mondo del lavoro e della cultura: la falce, il martello e il libro.
Un libro stracciato, sembrano dire Giulia Albanese, la ricercatrice che racconta lo stato in cui versano Università e scuola o i versi della canzone di Rachele Colombo. Mentre quelle mani aperte, alzate al cielo di Michelle Manezy, giovane nera che continua a cambiare lavori, che dà voce alla disperazione dei precari extracomunitari, che esibisce con dignità la sua «abitudine alla povertà, una povertà che non ci impedisce di fare figli senza pensarci tanto su, perché Dio provvederà in qualche modo», quelle sue mani al cielo, dunque, commuovono la piazza quando lancia il messaggio di speranza «per il vostro Paese, l'Italia».
Castagna l'abbraccia, come l'abbracciano gli 8 mila che invadono il centro seguiti dallo speaker ufficiale, Michele Zanella della Filcam, mentre tanta gente entra ed esce indifferente dai negozi. Un tempo abbassavano le saracinesche per timore di disordini di fronte alla marea rossa. Oggi Louis Vuitton ti dice di lasciare libero l'ingresso per non intralciare lo shopping delle signore, quasi che gli operai fossero invisibili. Non lo è, però, Antonietta Regalin di Anguillara, 26 anni di lavoro, oggi in pensione con 485 euro al mese, un figlio di 28 anni diplomato in casa che lavora un mese sì e uno no. Quale futuro in un paese che, come dice Andrea Castagna, «sta arretrando sul piano dei diritti e della democrazia, che fa pagare ai pensionati, agli invalidi, ai giovani, ai lavoratori dipendenti, una crisi che ci viene tirata addosso da chi l'ha causata?».
Castagna accompagna il sindaco da palazzo Moroni al palco, perché Flavio Zanonato vuole essere tra il popolo della Cgil al quale lo lega la sua storia. Stringe mani, fa vedere che la città è accanto ai manifestanti. Ma sarà poi costretto a spiegare la rabbia dei primi cittadini presi in giro da Roma. «"Non metto le mani in tasca agli italiani io", dice Berlusconi; le fa mettere dai sindaci lasciati senza quattrini, senza risorse, costretti a ridurre ancora i servizi e gli aiuti a chi è in difficoltà. Questo il federalismo invocato dalla Lega, che nell'imbarazzo di un partito che è di popolo, è costretta ad approvare scudi fiscali e condoni».
Mauro Pertile