Decreto flussi in forse, imprese venete divise sullo stop agli stranieri. Porte chiuse in fabbrica, aperte nel turismo

VENEZIA — Il dibattito a livello nazionale è tuttora aperto: nel 2012 stop ai decreti flussi, oppure via alla riapertura delle quote? Nell'attesa di una decisione sui lavoratori stranieri, il Veneto si divide, con il manifatturiero che dice basta ai nuovi ingressi, mentre il turismo e l'agricoltura ne chiedono ancora. Nel frattempo Lega e Cgil stringono la strana alleanza: «Fermiamo l'immigrazione per lavoro e piuttosto facciamo emergere il sommerso».

Ad avviare la discussione è stato nei giorni scorsi Natale Forlani, direttore generale dell'Immigrazione al ministero del Lavoro, evidenziando al microfono di Radio Vaticana quella che è la «priorità di inserimento di circa 280mila immigrati disoccupati», di fronte alla quale «abbiamo il dovere di dare una risposta evitando di portare ulteriori quote di ingressi per motivi di lavoro che andrebbero a determinare rischi di formazione di un mercato sommerso».

Peraltro lo stesso tecnico ha puntualizzato che il governo «potrebbe fare valutazioni politiche diverse», anche se Andrea Ricciardi, ministro dell'Integrazione, ha invitato il proprio esecutivo a tenere le briglie più sciolte sulla disciplina del diritto d'asilo, piuttosto che sulla regolamentazione dei flussi. Secondo un'indagine della Fondazione Leone Moressa, nel 2010 i «click day» in Veneto avevano fatto registrare 47.386 domande di regolarizzazione, ma da Roma ne erano state accolte soltanto 3.681, comunque il dato più elevato fra le regioni d'Italia. In questo finale di 2011, invece, la fotografia scattata da industriali e artigiani appare molto diversa, di fronte ai 504.677 stranieri (di cui tre quarti in età lavorativa) rilevati dall'Istat al 31 dicembre dello scorso anno.

Se Confindustria Veneto si riserva di prendere posizione nei prossimi giorni, «una volta completato il monitoraggio della situazione», dal territorio arrivano già segnali di chiusura all'ipotesi di un altro decreto flussi. Spiega Giorgio Zanchetta, vicepresidente di Unindustria Treviso con delega agli affari sociali: «L'attuale situazione del mercato del lavoro non rende, nel complesso, necessario prevedere un numero significativo di nuovi ingressi di lavoratori immigrati, almeno per le attività manifatturiere, anche se sempre più, negli anni, la domanda si è orientata verso i servizi e l'assistenza». Concorda Giuseppe Sbalchiero, presidente regionale di Confartigianato: «Nel manifatturiero non c'è bisogno di nuovi immigrati. Abbiamo già in casa la forza lavoro necessaria, a cominciare dagli addetti in mobilità. Certo che però gli italiani, soprattutto se giovani, devono cominciare ad adattarsi anche agli impieghi che magari non vorrebbero».

In ogni caso, secondo Zanchetta, andrebbe ripensato il meccanismo delle quote, che «richiedono tempi lunghi (oltre un anno, ndr) tra l'esame delle domande, il rilascio dei nullaosta e l'effettivo ingresso in Italia del lavoratore». Sul fronte opposto si schierano tuttavia i settori legati alla stagionalità. «Sarebbe folle negare a un settore come il nostro - tuona Marco Michielli, numero uno di Confturismo Veneto - la possibilità di attingere a collaboratori immigrati. Le strutture ricettive contano su organici formati per oltre la metà da stranieri, toglierli significherebbe chiudere. Forse è molto difficile riconvertire un metalmeccanico in cameriere, ma in questi anni di crisi non abbiamo visto italiani venire a fare la fila per lavorare negli alberghi o nei ristoranti. Per questo pretendiamo che vengano riaperte le quote se non altro per il turismo». Ma pure per l'agricoltura, chiede Giorgio Piazza, leader regionale di Coldiretti: «Soprattutto nella filiera dell'ortofrutta abbiamo l'assoluta necessità di lavoratori immigrati. Gli italiani si avvicinano al mondo rurale da aspiranti imprenditori, non come manodopera».

Il leghista Franco Manzato, assessore regionale all'Agricoltura, non la pensa così: «Dobbiamo essere realisti. Gli stranieri già presenti sono anche troppi, farne arrivare di altri vorrebbe solo dire illuderli. In fondo l'aveva detto anche la Cgil...». E difatti da Treviso il segretario provinciale Paolino Barbiero conferma la linea tracciata tre anni fa: «Ne andrebbe della dignità dei migranti. Piuttosto pensiamo a una sanatoria delle irregolarità esistenti, per restituire i diritti ai lavoratori clandestini e in nero e ridare ossigeno alle asfittiche casse pubbliche».

Dal Carroccio, condivide l'opportunità dell'emersione «ma senza sanatorie che strozzerebbero le imprese» l'assessore regionale ai flussi migratori Daniele Stival: «I tempi d'oro sono finiti, non c'è più spazio per nuovi ingressi».

Angela Pederiva

 

Vedi anche...