Da Gino Giugni una lezione di riformismo

Scrivo queste note di getto dopo avere lasciato da pochi minuti la camera ardente presso il Consiglio nazionale dell'economia e del lavoro, ove i segretari generali di Cgil, Cisl e Uil hanno ricordato Gino Giugni con accenti diversi, che ci hanno ricordato il pluralismo sindacale italiano. Gino conosceva bene il sindacato, ne sollecitava l'unità nella modernità delle soluzioni da offrire al mutevole punto di equilibrio fra le ragioni del lavoro e quelle dell'impresa. Non si era tuttavia tirato indietro quando la necessità di bloccare quella tassa odiosa sui salari rappresentata dall'inflazione aveva condotto a una divisione nel sindacato nel 1984. La sua posizione era stata ovviamente vicina a chi aveva sottoscritto il «Patto di San Valentino», perché egli era comunque lontano da ogni approccio astrattamente ideologico. Il suo metodo era laico e pratico, al punto da essere disponibile ad aggiornare la sua stessa fondamentale creatura, quello Statuto dei diritti dei lavoratori realizzato per conto del ministro Brodolini.
Parlamentare veneto dal 1983 al 1994, egli si trovava perfettamente a suo agio in questa terra d'adozione, ove Bettino Craxi lo aveva voluto eleggere pochi mesi dopo l'attentato brigatista. Frequentava il collegio senatoriale di San Donà di Piave e successivamente anche quello di Conegliano, con l'assiduità di un deputato locale a caccia di preferenze. Nonostante il prestigio che gli era riconosciuto, in tutti i fine settimana girava per sezioni, convegni di categoria, incontri conviviali. Se le relazioni industriali erano proprie delle medie e grandi imprese, Gino amava tuttavia incontrare lavoratori autonomi e titolari di piccole imprese, dei quali capiva e apprezzava l'intenso contenuto umano implicito in quelle piccole comunità di lavoro.
Con Maurizio Castro, allora direttore delle risorse umane nel Gruppo Zanussi, Gino e io fondammo un'associazione che chiamammo «Lavoro 2000» per sottolineare i grandi cambiamenti che il prossimo passaggio di millennio segnalava in relazione alle nuove tecnologie e all'ormai evidente superamento di ogni logica classista. Una sola cosa ma prestigiosa fece quell'associazione: riunì a Conegliano nel 1988 i più importanti giuslavoristi dei Paesi dell'Europa orientale, per accompagnarli, prima ancora della caduta dei muri, a quella transizione che avrebbe presto portato pluralismo sindacale e modelli occidentali nei rapporti di lavoro.
Mi capita ancora oggi di leggere saggi, anche non italiani, che a piè di pagina segnalano gli atti di quell'incontro. E Gino era fiero di aver aperto quella nuova frontiera, nello stile della sua permanente vocazione a cogliere e interpretare con tempestività i cambiamenti. Quel metodo ha ispirato molti nella sua disciplina giuridica, nelle forme sindacali, nell'attività politica e istituzionale. Anche Marco Biagi se ne riteneva fortemente influenzato. E io stesso porto dentro di me non solo il ricordo di intense giornate condivise nel comune collegio elettorale, ma soprattutto la lezione di un riformista ansioso di sollecitare ogni giorno la realtà ad evolvere verso il maggiore benessere della persona, in quell'attività fondamentale della vita rappresentata dal lavoro.
ministro del Lavoro della Salute e delle Politiche sociali
Maurizio Sacconi

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