DIRITTO DI CITTADINANZA , TREVISO DIA L’ESEMPIO

La bambina cinese, come tanti suoi coetanei di origine africana, asiatica, sudamericana, potrà diventare cittadina del Paese che l’ha vista nascere, l’Italia, solo se al compimento del diciottesimo anno di età potrà dimostrare di non averlo abbandonato neppure per un solo giorno. E’ stato il Presidente Napolitano ad evidenziare l’assurdità di una legislazione che, a differenza di quella della stragrande maggioranza degli altri Paesi, non concede automaticamente la cittadinanza a tutti i nati nel nostro Paese, con tutte le conseguenze che ciò comporta per delle persone che parlano la nostra lingua, sono immerse nella nostra cultura e contribuiranno alla vita economica e sociale del nostro territorio. La Caritas calcola che siano 17.000 in provincia di Treviso ed 80.000 i minori figli di stranieri che sono nati in Italia e che solo a 18 anni potranno chiedere la cittadinanza italiana. La reazione dei leghisti Maroni e Zaia alle parole del presidente è stata scomposta al punto che hanno lanciato a Napolitano l’accusa di voler stravolgere la Costituzione: è strano che un ex-ministro e un presidente di Regione non sappiano che nel nostro Paese la cittadinanza non è regolata dal dettato costituzionale ma da una norma ordinaria, la legge 5 febbraio 1992 n. 91 e dalle sue successive modifiche. Tant’è vero che le modifiche alla legislazione in questa materia possono essere proposte con legge ordinaria che una proposta di legge di iniziativa popolare in questo ambito è già stata depositata da un gruppo di associazioni e sindacati che mirano, appunto, a favorire l’acquisizione della cittadinanza per i figli di stranieri che nascono nel nostro Paese. Anche a Treviso è in corso, soprattutto su iniziativa della Cgil la raccolta delle firme per la presentazione di questa proposta di legge che vuole cominciare a portare nel nostro ordinamento lo “ius soli”, cioè la cittadinanza sulla base del luogo di nascita e non solamente della origine dei genitori: è il principio che anima ormai la legislazione in quasi tutti i Paesi del mondo, ma non nel nostro. La nostra città si è fatta conoscere in questi anni molto più per le affermazioni xenofobe dei suoi amministratori che non per la quotidiana opera di integrazione che associazioni e volontari, parrocchie e sindacati hanno svolto in sostituzione delle istituzioni. Sarebbe bello, sarebbe un segnale di cambiamento, di rispetto per se stessi e per gli stranieri che vivono nella nostra città se i trevisani firmassero in massa la proposta di legge sulla cittadinanza, aderendo alle parole del Presidente della Repubblica. Dimostreremmo così che Treviso non è una città moderna solo sotto il profilo economico ma che è anche in grado di comprendere i cambiamenti sociali, di darvi risposta e di governarli. Dimostreremmo, soprattutto, che non cadiamo nella trappola populista del partito che, uscito dalla maggioranza di governo ed incapace di raggiungere il salvifico “federalismo”, gioca tutte le sue carte, ancora una volta, sulla demagogia anti stranieri. Luigi Calesso

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