Crisi, fuggire è peccato « L'economia virtuosa internazionalizza »
Crisi, fuggire è peccato « L'economia virtuosa internazionalizza »
Basi estere sui mercati emergenti. E poi marchi, formazione e infrastrutture in Veneto: l'industria cerca una nuova strategia
CORRIERE VENETO: Nel remake cinematografico di Wall Street, in una gara di moto, spunta una tuta Dainese. Buona notizia, un prodotto veneto che va a Hollywood. Ma Dainese ha chiuso le lavorazioni e trasferite in Tunisia. La crisi ha ristretto i margini dell'industria, ha aperto nuove concorrenze. Multinazionali come Glaxo e Carrier si spostano. Che fare?
TOMAT: Intanto uno sforzo per capire, oltre le semplificazioni. In trent'anni, di riassetti produttivi e crisi ne abbiamo visti. Ma la crisi ci mette di fronte a un dato storico: passeremo da un mondo « atlantico-centrico » a uno « pacifico-centrico » . È il fenomeno di maggior rilievo dalla rivoluzione industriale, si apre una fase sconosciuta. Se guardiamo a cosa succede a Piove di Sacco non capiamo nulla. Possiamo pensare a politiche di arresto? Non credo. Di gestione? Sì.
Dobbiamo ragionare sul concetto di dominanza: essere dominanti in alcuni settori dell'economia per produrre e distribuire reddito sufficiente e sostenere la nostra economia con un livello di welfare come l'attuale. Il tutto va legato all'integrazione sociale, che tocca i non autosufficienti, gli anziani, la gestione del territorio. Su questo attenti ai ruoli: non c'è industria che possa risolvere questi ultimi problemi. L'industria deve sviluppare la massima capacità competitiva.
SANTINI: Io direi: « Non solo industria, ma non senza l'industria » . La nuova occupazione, per riassorbire i rimasti senza lavoro, sarà prodotta nell'economia sociale, nei lavori di cura per una popolazione che invecchia, che vanno trasformati in una grande occasione economica.
Sulla delocalizzazione: siamo tutti contrari alla « fabbrica rondine » e tutti valorizziamo quella virtuosa dell'apertura ai nuovi mercati, del consolidamento dell'impresa.
A fianco di questo: come si aggancia la ripresa? Bisogna attrarre flussi di investimento. Un'economia vivace come quella veneta deve porsi il problema. Bisogna ottimizzare la qualità del lavoro e dell'impresa con un patto forte, che va fatto rapidamente attraverso quel tavolo aperto dalla Regione, che affermi la coesione tra capitale e lavoro.
Poi c'è un problema di economie esterne, di contesto territoriale. Quello che c'è da fare è chiaro: l'alta velocità e una logistica avanzata. Vanno fatte. Infine, sui giovani: c'è un sistema di istruzione che fa delle cose, ma il mondo reale va da un'altra parte. Scuola, famiglie, economia devono interrogarsi. Il rischio è di scivolare verso profili produttivi bassi.
CDV: Burocrazia e fisco: ci sono elementi per disincentivare la delocalizzazione?
ZAIA: Non possiamo pensare di andare contro il mercato. Tuttavia io vedo più fronti. Intanto: non tutte le auto rosse sono Ferrari. Spesso le diverse produzioni vengono trattate alla stessa stregua. Il veneto non può rinunciare alla manifattura: va in default. Per cui è giusto spingere su hi-tech, innovazione e ricerca. E però il nostro prodotto sui mercati deve avere un'identità che oggi non ha. L'ultima legge prevede che con tre lavorazioni un prodotto possa chiamarsi Made in Italy. Quindi si fanno le scarpe a Shanghai e poi metto qui etichette e stringhe e diventa Made in Italy. Le cose cambierebbero dando agli imprenditori la certezza che il prodotto fatto in Italia è tutelato al 100%: appunto, che tutte le auto rosse non sono Ferrari.
E poi c'è l'Europa, un mercato da 500 milioni di persone. Non parliamo di dazi, ma di regole di produzione sì: ci dev'essere la garanzia che il consumo significa non inquinare e rispettare regole su lavoro, sicurezza e welfare. Ma manca un ruolo politico dell'Europa. Il nostro è un mercato-colabrodo, in mano alle lobby, dov'è più strategico autorizzare il mais transgenico che occuparsi dell'etichettatura dei prodotti agricoli.
CDV: Tomat, tre cose da chiedere alla Regione per migliorare la competitività.
TOMAT: Sulle infrastrutture abbiamo fatti passi avanti, ma molti ne restano da fare. Su quelle materiali ma anche immateriali: oggi avere o no la banda larga fa la differenza. E per infrastrutture intendo anche la progettazione del territorio e cose come il risparmio energetico degli edifici. E poi penso alla formazione, alla scuola e all'università e alla burocrazia e alla gestione della cosa pubblica che vuol dire anche compressione dei soggetti sul territorio.
INNOCENZI: L'altro nodo su cui intervenire è difficile: la demografia. Abbiamo bisogno di crescere demograficamente: la crescita e il welfare hanno un rapporto « uno a uno » con la demografia.
CDV: E la Regione?
ZAIA: Sulle infrastrutture dobbiamo recuperare ancora. Penso alla Tav: l'alta velocità in Veneto non c'è per colpa dei veneti: quando si trattava di decidere, la politica replicava il no dei territori. Su questo prepariamoci: la nuova Val di Susa sarà in Veneto. È poco ma sicuro.
CDV: Sulla delocalizzazione esiste un problema etico?
Investimenti fermi: « Italcementi all'estero »
PADOVA - Dall'innovazione spinta alla paura di trovarsi con un pugno di mosche in mano. Così ieri niente lavoro all'Italcementi di Monselice, nel Padovano, per un giorno di sciopero con l'obiettivo di sensibilizzare l'opinione pubblica, ma anche gli stessi operai. Al centro il progetto di revamping che prevede la realizzazione di un unico forno in grado di ridurre le emissioni nocive. Progetto da cento milioni di euro fortemente contestato dagli ambientalisti. « Un mese fa Italcementi ci ha messi in allarme - ha spiegato Marco Benati, di Fillea Cgil -, se entro tre mesi al massimo non viene sbloccata la Via ( valutazione d'impatto ambientale) per i lavori e per la cava, Italcementi sarà costretta a spostare il revamping in altri stabilimenti, forse all'estero » . Con il rischio serio per Monselice di vedere i bilanci passare da un netto segno positivo, al rosso. I lavori sarebbero dovuti partire a gennaio 2011, mentre invece tutto è ancora fermo, anche dal punto di vista burocratico. Ci sono ancora tre mesi prima che il colosso di Bergamo decida di spostare altrove l'investimento. Di questo hanno parlato alcuni lavoratori ( circa un centinaio) che ieri pomeriggio hanno incontrato la presidente della Provincia di Padova, Barbara Degani. « Vorremmo che la Provincia intervenisse - ha chiarito Benati -. Siamo di fronte a un paradosso con un'azienda che in tempo di crisi vuole investire e non riesce. Speriamo che intervenga anche il Prefetto, noi continueremo con le manifestazioni » . Per oggi e domani è previsto un sit-in nel centro di Monselice e mercoledì una manifestazione.