Cipe, primo "sì" al porto off-shore che rilanci Venezia
Cipe, primo "sì" al porto off-shore che rilanci Venezia
Costa: «È essenziale per ridare una base produttiva al Nordest». E per re-industrializzare Marghera: ipotesi di una maxi-società mista che gestisca l'area
VENEZIA. «L'eventuale successo di una strategia che porti a ridare al Nordest, all'Italia e a buona parte dell'Europa del Sud una base produttiva in Alto Adriatico si basa sullo sviluppo dei cinque porti, da Ravenna a Fiume». L'ha ribadito il presidente dell'Autorità portuale di Venezia, Paolo Costa, al convegno della Cisl "Venezia Metropoli. Scenari e azioni per un nuovo ciclo di sviluppo". «Lo sforzo che chiediamo alla Commissione europea, e che finalmente sembra sia stato capito - ha spiegato Costa - per i corridoi 1 Berlino-Palermo, 5 Lisbona-Kiev e 23 Adriatico-Baltico, esige la nostra capacità di effettuare un salto di scala dal milione e 600 mila Teu (container) annui ad almeno 10 milioni. E questo è quindi strategia comune alle 5 Autorità portuali coinvolte».
IL PORTO OFF-SHORE. Non è spaventato dai progetti di Trieste: «È una legittima proposta, ma è solo una strategia multiaziendale». Costa piuttosto fa il punto sul progetto di porto offshore a Venezia. «Abbiamo già progettato molto di più di quanto appaia. Dopo quarant'anni in cui c'è stato un problema di salvaguardia, che ha imballato il porto di Venezia, pur non impedendogli di diventare il terzo o quarto porto italiano, la prospettiva è cambiata con l'autorizzazione a progettare che il Cipe ci ha dato il 5 maggio. Il passo avanti significa anche che non chiederemo più di approfondire i canali interni: riutilizzeremo a fini produttivi le aree interne, come conferma il fatto che dalla prossima settimana inizieremo la bonifica di 66 ettari. Per quanto riguarda passeggeri e container siamo già a livelli superiori alla crisi, con appena un piede in più di profondità dei canali: con tre piedi, raddoppieremo il traffico. Poi, in un paio d'anni, allargheremo gli spazi su 130 ettari di Porto Marghera. Ma, andando avanti in prospettiva, per non scavare più, l'offshore diventa indispensabile. E quel che è significativo, al riguardo, è che, al di là della dighetta di protezione, allo Stato non chiederemo altro, arrangiandoci noi per l'1,5 miliardi necessari per la parte interna, che sarà messa in gara direttamente da noi».
LA PROPOSTA: UNA SOCIETÀ "MISTA" PER IL FUTURO DI MARGHERA. «Il problema su Porto Marghera non è chi fa, ma che cosa fare. Marghera oggi è soprattutto servizi e logistica, ma bisogna procedere con un progetto di reindustrializzazione», è il giudizio di Costa. «Tutti i giorni ricevo domande di nuovi insediamenti a Porto Marghera, dove sono attualmente utilizzati appena 2,5 chilometri dei 30 di banchine che, rifatte dal Magistrato alle acque, sono a disposizione. A Venezia dobbiamo approfittare della gestione della crisi congiunturale per uscire da una crisi strutturale». Al convegno la Cisl ha lanciato l'idea di una società a partecipazione pubblica che gestisca e ricollochi le aree industriali assegnandole a investitori che presentino progetti credibili. «È un'ipotesi che non dobbiamo lasciarci sfuggire», ha commentato il presidente Luigi Brugnaro di Confindustria Venezia. «Ben venga l'aiuto degli industriali e anche la costituzione di un'apposita società mista per la gestione delle aree: non vogliamo speculazioni immobiliari», ha commentato il sindaco Giorgio Orsoni. E l'assessore regionale Renato Chisso ha ipotizzato l'istituzione di un Alto commissario per le bonifiche.