Castagna e la manovra «Equa solo per Pavin». Il segretario della Camera del lavoro contesta governo e Confindustria «A 14 anni in fabbrica: contribuiti al Welfare, ma non basta per la pensione»
Inaccettabile. E’ l’aggettivo che Andrea Castagna, segretario della Camera del lavoro, ripete ad ogni capitolo della manovra Monti che riscrive la storia del lavoro della Repubblica senza aggettivi numerali. «Nessuno nega il momentodrammaticamente difficile dell’Italia. Ma l’equità è latente. La manovra lascia inalterata la condizione del lavoro, ancor più sul versante di giovani e precari. Non siamo insensibile alle modifiche, tuttavia restiamo profondamente insoddisfatti» sintetizza Castagna (nella foto a fianco). Pensionati e lavoratosi sono le vittime sacrificali del governo dei professori? «Provate a mettervi nei panni dei lavoratori precoci. Gente che ha cominciato a 14-5 anni,spesso in fabbrica. Con la contribuzione ha permesso di costruire il Welfare. Già avrebbe dovuto andare in pensione dopo 41 anni e 3 mesi di lavoro. E adesso viene addirittura penalizzata. Inaccettabile». Segretario, il governo dove avrebbe dovuto «pescare» soldi e distribuire sacrifici? «Nella manovra il rigore è tutto su un piatto della bilancia: pensionati, lavoro dipendente, fasce più deboli. Onestamente, non si scorge la stessa determinazione nei confronti della ricchezza. Si poteva e doveva fare una vera patrimoniale, tassare la rendita finanziaria. Va ricordato che i “capitali scudati” sono stati tassati al 6,9% quando l’Europa prevede il 20%. Esattamente quanto nel resto della Ue si tassa la rendita...». Dunque, governo sfiduciato in partenza? «Paga pesantemente chi ha già pagato 3 anni di crisi. E nessuno ha ancora quantificato i numeri del lavoro atipico falcidiato dalla recessione. I privilegiati veri restano tali». Pavin, presidente di Confindustria, sostiene che sono misure ispirate all’equità. «Alla parola equità mi informo sempre su chi la pronuncia. Che lavoro fa? Quando ha cominciato? Quanto contribuisce alla solidarietà fiscale? Pavin si dimentica il silenzio di Confindustria durante il governo Berlusconi. Noi della Cgil fin dal 2008 lanciavamo l’allarme sul declino industriale. Confindustria taceva. E paradossalmente oggi ci annuncia con il suo centro studi il crollo del 2% del Pil nel 2012. Sarà equo, in piena recessione, un tasso di disoccupazione del 9%. Sarà equa la depressione dei consumi...». Almeno vi siete riavvicinati a Cisl e Uil, no? «Non ci siamo improvvisamente dimenticati che in questi ultimi anni hanno preso strade diverse, accettando che Berlusconi e i suoi ministri decidessero gli interlocutori sindacali. Noi abbiamo un’idea di sindacato diversa, ma nella crisi tutti i lavoratori (iscritti o meno a un sindacato) hanno bisogno di tutela». Che può culminare nello sciopero generale? «Al di là del voto di fiducia in parlamento e della manovra, personalmente credo che sia all’orizzonte. Anche perché Monti si era espresso a favore della disdetta di Marchionne. E tornerà in qualche modo l’abolizione dell’articolo 18 caldeggiata da Sacconi». Così si torna al «caso Fiat» che la Fion ha giocato senza il minimo tentennamento. «La vicenda di Pomigliano è tutt’altro che marginale. Non solo perchè la Fiat resta un grande gruppo industriale. Dopo la firma di Fim e Uilm, sono davvero in gioco la democrazia e la rappresentanza dei lavoratori. L’idea che sia il padrone a decidere chi e come fa sindacato in fabbrica è un vulnus inaccettabile. Tant’è che la Fiom è pronta ad andare fino in fondo anche dal punto di vista delle iniziative squisitamente giudiziarie». Con il Pd voi della Cgil avete rapporti sempre più difficili. Impressione corretta? «Nessuno si può nascondere. Il Parlamento ha un grado di responsabilità elevato. E la politica tutta non può abdicare. Io credo che qualche rigidità in più da chi dice di volere un’alternativa a Berlusconi poteva essere messa in campo. Un sottosegretario del governo Monti ha ammesso che alcuni interventi non si sono potuti fare: su fisco, liberalizzazioni e frequenze televisive il Pdl ha difeso i suoi interessi». Tornando a Padova, si suicidano gli imprenditori e si “sviluppa” solo l’economia assistita. «Colpisce che si tolgono la vita imprenditori perché c’è chi non paga. Come gli enti locali: l’Italia non ha mai adottato la direttiva Ue che impone di saldare le fatture in 60 giorni. D’altro canto, con i fondi europei si fa impresa senza rischi. O nella logistica, come si percepisce nel processo in corso in Tribunale, c’è un stato un connubio stretto fra politica e alcune forme di malaffare». E sulla Compagnia delle Opere che dice? «Dalla Lombardia al Veneto affiora un meccanismo tutt’altro che tranquillizzante. Una realtà che sta in piedi proprio sull’economia assistita. E poi ci sono le aziende della CdO che sono iscritte anche a Confindustria...» Pavin apprezza i ciellini quanto chi amministra Comune e Provincia. E’ l’«ecumenismo sussidiario» del governo Monti? «E’ la supposta “equità” che per noi della Cgil, nel merito, si dimostra inaccettabile. Forse, a Pavin & C va bene che chi ha cominciato a lavorare a 14 anni sia costretto a continuare fino a 63. Al ministro Elsa Fornero abbiamo già segnalato come a fine mobilità i lavoratori non possono accedere alla pensione. Nemmeno quelli che avevano accettano l’esodo in base ai “vecchi” conteggi. Ecco Pavin dovrebbe spiegarci l’equità per gli 800 mila disoccupati che si profilano».