«Cassa integrazione I soldi delle aziende all´Inps veneto». Al Viest ospite il senatore Pd La provocazione di Cisl e imprese Ichino stoppa gli ammortizzatori

«Non troverei scandaloso se i soldi che le nostre aziende versano per la cassa integrazione rimanessero all´Inps del Veneto».
Nel venerdì sera organizzato al Viest Motel da “Local Area Network” dedicato a Pietro Ichino e al suo libro “Inchiesta sul lavoro. Perché non dobbiamo avere paura di una grande riforma”, la segretaria regionale della Cisl, Franca Porto raccoglie la sfida di un laboratorio regionale, ma rafforza le richieste dell´assessore regionale al bilancio Roberto Ciambetti, del presidente di Confartigianato Giuseppe Sbalchiero e pure del presidente di Assindustria veneta, Andrea Tomat in merito alla necessità di «vincolare al territorio la parte del carico fiscale necessaria a sostenere la flexicurity».
Parole che restano sospese, eppure è la serata dei tabù da abbattere e dell´attacco frontale alla mania conservativa della struttura produttiva e ai “numeri magici” (articolo 18 e limite dei 40 anni di lavoro). Forse un caso o forse no, sta di fatto che, rintuzzato il primo affondo di Ciambetti, il senatore del Pd non entra nel merito della questione, neppure di fronte ai rilanci finali di Sbalchiero e Tomat, che comunque rivendicano un ruolo innovativo delle imprese all´interno del sistema regionale e nazionale: «Le risorse debbono restare nel Veneto affinché le aziende non paghino due volte la sperimentazione».
Avanti, dunque, ma con prudenza. Ichino - che nei giorni scorsi aveva anticipato tutti questi temi in un´ intervista a Il Giornale di Vicenza - incassa una serie di “sì” non ideologici bensì pratici, ma come sperimentare è ancora tutto da vedere anche se ammette «che il primo passo è quello di andare avanti con tentativi». Cominciando a fare piazza pulita delle contraddizioni: «L´immagine che passa è quella di un Paese che non è più in grado di produrre domande di lavoro. Eppure nel Veneto i contratti stipulati sono stati 843mila. Certo, due terzi sono a termine, ma questo non è un luogo dove il lavoro non c´è».
Nel mirino Ichino mette gli ammortizzatori sociali e la formazione, che anziché accompagnare il lavoratore, nel primo caso ne ritardano per 2-3 anni la riammissione nel mercato dell´occupazione e nell´altro sprecano la metà delle risorse in percorsi professionali non coerenti spesso con quanto il mercato richiede.
«Sulla base dei dati di Banca d´Italia si scopre che l´80 per cento di chi ha perso il lavoro poi l´ha trovato entro l´anno. Erogare soldi al disoccupato senza dagli modo di tornare al lavoro aggrava il problema».
Roberto Luciani

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