Berco, scatta lo sciopero «Qui si sono fermati anche gli operai leghisti»

Berco, scatta lo sciopero «Qui si sono fermati anche gli operai leghisti»
CASTELFRANCO (Treviso) - Pochi volantini in bacheca sono bastati. «Sciopero» è la parola d'ordine volata subito di bocca in bocca. Gli oltre 400 lavoratori della Berco di Castelfranco, società del gruppo ThyssenKrupp, sono stati i più rapidi nel rispondere all'appello allo sciopero della Fiom, dopo la decisione di Federmeccanica di revocare il contratto nazionale che anche loro avevano «conquistato» nel 2008.
Così, già ieri è scattata la prima astensione dal lavoro in una fabbrica del Veneto: un'ora a fine turno, con un'adesione superiore al 90 per cento e interi reparti che si sono svuotati anzitempo. Ferme le forgie per lo stampaggio e niente manutenzioni alle attrezzature. Solo gli addetti ai forni non potevano allontanarsi, per motivi di sicurezza. Avrebbero però scioperato anche loro con i colleghi. «Hanno annullato il mio contratto, quello che avevo voluto e votato», protesta Graziano Trentin, collaudatore. «Marchionne e Federmeccanica dimostrano qual è il livello di democrazia - gli fa eco il collega Enzo Salvalaggio - che si vuole portare nelle fabbriche: sanno che la Fiom è maggioritaria e per questo propongono il referendum solo in condizioni come quelle di Pomigliano». Il dibattito, in mensa o negli spogliatoi, è vivace. «In fabbrica i leghisti sono in difficoltà di fronte alla revoca del contratto, non sanno come spiegare la posizione del loro governo, ma alla fine - aggiunge Roberto Barea del reparto produzione - hanno fatto comunque sciopero».
La sede centrale della Berco, azienda che produce cingoli e componenti per macchine operatrici, si trova nel Ferrarese. Proprio dalla rossa Emilia è partita l'idea, subito raccolta, di uno sciopero fulmineo. «E' la prima volta che i due stabilimenti si coordinano, lo abbiamo deciso - afferma Costantino Santinon, delegato sindacale Fiom - perché serve una risposta forte». Con il benestare del sindacato trevigiano, che spera che la Confindustria locale non segua Federmeccanica, per non mettere a repentaglio un lungo percorso di collaborazione. Nonostante rappresenti una roccaforte della Fiom, infatti, nella storia recente della Berco vi sono stati più accordi unitari che conflittualità.
Nell'azienda si lavora per esempio con un ciclo continuo su 21 turni, più dei 18 chiesti da Marchionne a Pomigliano. E si è accettato inoltre un piano di ristruttuazione con la mobilità volontaria di una sessantina di dipendenti. «Abbiamo sempre contrattato flessibilità e turni, ma non possiamo subire - afferma il segretario provinciale della Fiom Elio Boldo - questo ricatto che mira a una schiavizzazione dei lavoratori».

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