Articolo 18 priorita’ ideologica

La riforma o la revisione dell'articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori è o un vecchio pallino o un grande tabù, a seconda di come la si veda. Ma è anche, in questa fase i profondissima incertezza economica, un grande spavento per i lavoratori che già temono per la loro occupazione. E questo soprattutto perché, non solo dalla sponda occupata da si oppone alla riforma, il messaggio che viene lasciato passare è quello di una revisione che conduca a licenziamenti facili. Un quadro che stranisce il cittadino comune ancora di più se, con un colpo ad effetto, ci si aggiunge anche la cancellazione della cassa integrazione straordinaria, senza però che venga messo sul piatto un chiaro e comprensibile strumento alternativo con gli stessi effetti e la stessa portata di ammortizzazione. Personalmente ho qualche dubbio sull'assioma secondo cui la maggiore libertà di licenziare sia un viatico per maggiori assunzioni, come sostiene qualcuno; soprattutto in questa fase di grande instabilità del mercato del lavoro, anche se è innegabile che le complicazioni del processo di licenziamento per ragioni economiche legate all'articolo 18 possano su un piano meramente teorico disincentivare dall'applicare il contratto di lavoro a tempo indeterminato. Il punto credo sia però un altro: oggi che l'articolo 18 non è una priorità e a dirlo è la composizione del tessuto produttivo. In una provincia come quella di Treviso ad esempio, in cui quasi il 95% delle imprese è composta da piccola o piccolissima azienda, quindi sotto le soglie occupazionali previste dall'articolo 18, a chi può davvero interessare la questione se non per una ragione ideologica? E davvero si può pensare che una azienda non decida di assumere di più solo per evitare il contenuto sanzionatorio dell'articolo 18? Da imprenditore la mia risposta è no. Il nocciolo della questione, mentre ci si appassiona e ci si irrigidisce sull' articolo 18 e di massimi sistemi che riguardano parti residuali del sistema produttivo, è un altro. Le cronache di questi giorni, che descrivono una città che sta morendo (è il caso, ma non è l'unico, della Pescheria) parlano di una crisi che non è né causata né può essere risolta dall'articolo 18 o da una sua riforma, ma che a che fare con la mancanza di ricchezza circolante. E' per questo che chiudono i negozi, falliscono le aziende e perdono lavoro le persone. Lo perdono in tanti, più di mille dall'inizio dell'anno dicono le statistiche, e si licenzia molto sia nelle pmi che nelle imprese medio grandi, con o senza articolo 18. In questa condizione il vero fronte caldo (su cui dovrebbero stare insieme l'impresa e il sindacato) è l'assoluta urgenza di rimettere in pista un welfare - anche territoriale - degno di questo nome per le persone e le famiglie in difficoltà; è quello di battere su quelle riforme economiche, anche le liberalizzazioni, che mettano in moto il volano dell'economia anche cancellando i monopoli e i cartelli e così producendo più efficienze e costi minori. Ma soprattutto spingere, anche con pressioni politiche e istituzionali locali, le banche a fare il loro mestiere. Si è detto che senza le corpose iniezioni di liquidità della banca centrale europea il sistema sarebbe rimasto a secco: come è che siamo a secco proprio malgrado le iniezioni? La ragione è probabilmente semplice: gli istituti di credito stanno innanzitutto salvando sé stessi, rimettendo a posto i conti spolpati dalla giravolte della finanza disinvolta, forse si sono comperati un bel po' di bot e btp al 7% (e con questo contribuendo ad aggravare il debito pubblico) ma famiglie e le imprese restano a bocca asciutta. Certo, in passato il credito è stato eccessivo e forse poco ponderato, ma adesso la risposta non può essere quella di far morire il territorio con una stretta ai cordoni che non è solo razionalizzazione dei criteri di erogazione ma sintomo che evidentemente le banche stanno pensando ad altro. Con questo credit crunch non salta solo il credito al consumo, che è un modo vizioso di sostenere i consumi: saltano i mutui, saltano gli affidamenti alle imprese, saltano le moratorie al pagamento dei mutui di chi è in difficoltà. Saltano posti di lavoro. Oggi queste sono le priorità ed è su questo che non solo il governo, che deve avere un occhio un po' più acuto sulla realtà di tutti i giorni, ma soprattutto le associazioni di categoria economiche e i sindacati si giocano la credibilità del ruolo: l'urgenza di salvare il Paese, le imprese, le famiglie. Di questo potrebbe ad esempio occuparsi il Piano Strategico, strumento adottato anni fa dalla Provincia, strumento si diceva "flessibile" ma che però ha mancato tutti gli appuntamenti con le questioni più rilevanti per la Marca a partire dalle conseguenze della delocalizzazione. E lo si può fare aprendo un confronto stringente, a livello locale e in questo senso con un metodo veramente federalista, con tutti i soggetti coinvolti. Per l'articolo 18, dal mio punto di vista, c'è tempo. L'emergenza che tocca la vita delle persone ha a che fare con altro. Il bersaglio grosso è la luna, non il dito che la indica.

Paolo Camolei