«A Padova firmati accordi peggiori»

«A Padova firmati accordi peggiori»
A Torino il referendum Fiat spacca il sindacato e la stessa Cgil. A Padova si teme soprattutto per le ripercussioni sull'indotto che avrebbe un'eventuale bocciatura dell'accordo al referendum del 13 e 14 gennaio. Secondo la Cisl, a livello locale il 20% delle aziende dell'intero settore metalmeccanico è legato al settore dell'auto. Che fine faranno queste aziende se Torino non investirà?
E' questo il pericolo maggiore che vede Gianni Castellan, segretario provinciale della Fim-Cisl, di fronte al caso-Fiat. Secondo Castellan «ogni vertenza è una storia a sè ed è tagliata su misura per le singole aziende. Mi chiedo però - afferma - perché a livello locale abbiamo firmato tutti insieme accordi anche più pesanti rispetto a Torino pur di salvare le aziende, vedi i casi Zen e Lofra, mentre sulla Fiat sorgono sempre complicazioni».
Castellan cita anche i recenti accordi sottoscritti in altre aziende, come alla Sandretto e alla Embraco. «Nel primo caso abbiamo rinunciato a dei diritti acquisiti, sono stati tolti superminimi e premi di risultato per 700 lavoratori. Allora perchè qui sì e a Torino no? La Fiom perde la testa quando si parla di Fiat».
Il punto, secondo Antonio Silvestri, leader provinciale della Fiom, è diverso. «Nel caso Mirafiori o Pomigliano non c'è stata trattativa, ma solo un'imposizione, un ricatto: prendere o lasciare, senza poter trattare. I casi Lofra e Zen sono diversi, trattavamo in tribunale perché non c'erano alternative alla chiusura. Temo però che Marchionne possa avere qualche problema a chiudere nel Paese dove realizza il 60% del mercato. E comunque nelle due aziende padovane non abbiamo firmato accordi peggiorativi sotto il profilo dei diritti, non era in discussione il contratto di lavoro, abbiamo trattato ritoccando le parti economiche. A Mirafiori, invece, c'è un padrone che presenta solo un accordo da firmare: mai siamo arrivati a questi limiti, qui torniamo indietro di decenni nei rapporti sindacali».
Andrea Castagna, segretario provinciale della Cgil, non vede rischi di esportazione del modello Marchionne a Padova. «Finora tutte le crisi locali sono state gestite in maniera assai diversa, unitariamente dai sindacati e con un ruolo trasversale e intelligente svolto dagli enti locali, in particolare dalla Provincia - afferma Castagna -. Gli enti locali sono entrati dentro le vertenze, non come il governo centrale che ha fatto la parte del tifoso del modello-Fiat, un modello pericoloso per noi e per lo schema di Paese che si vuole costruire, tanto da creare imbarazzi in Confindustria e nella stessa Federmeccanica perché riduce anche la loro capacità di rappresentanza».
Ciò che divide Cgil da Fiom è come garantire la presenza del sindacato in fabbrica. Il sindacato è uno strumento dei lavoratori, quindi deve rimanere nei luoghi di lavoro, non fuori, afferma Castagna. «Marchionne avrà le sue colpe, ma responsabilità le hanno anche coloro che hanno firmato un accordo che esclude un sindacato. E' la prima volta che succede, la Cgil non lo avrebbe mai fatto».
Secondo Marzio Giacomin, leader padovano della Uilm, il problema è la Fiom, non la Cgil. «Eppure nelle vicende di casa nostra finora non ci sono state contrappozioni, lo spirito del sindacato ha prevalso su tutto, sulle emergenze locali la linea è stata comune a tutti. Di fronte al posto di lavoro siamo sempre stati uniti», afferma.
Stefano Pieretti, leader dei Cobas di Padova, ricorda la vicenda Komatsu di Este. «Anche i giapponesi avevano parlato di investimenti, peccato che poi non siano mai arrivati. Sarà così anche in Fiat? Abbiamo sicurezze? Di certo questa vicenda sta scombinando la dinamica dei tavoli sindacali - afferma -. Qui non c'è trattativa, ma una informativa da parte dell'azienda senza possibilità di dissenso. E' evidente che a questo punto il dialogo con i sindacati che accettano queste imposizioni senza discutere nulla, diventa assai più difficile».
Mauro Pertile

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