Verona: la fatica dei migranti
Giancarlo Beltrame sarà il moderatore del convegno Pacchetto Sicurezza: da immigrato a cittadino, un percorso faticoso che la Cisl e l'Anolf di Verona hanno organizzato per venerdì 9 ottobre prossimo presso la Sala Conferenza della sede Cisl di Lungadige Galtarossa.
Un moderatore molto speciale visto che da ventanni lavora nella cronaca del quotidiano della città scaligera, L'Arena.
Una persona che quindi conosce bene la vita quotidiana dei veronesi doc come pure di quelli importati e di quelli immigrati. Queste due ultime categorie, i foresti italiani e i foresti stranieri non sono proprio pochi, anzi. Solo gli stranieri sono quasi il 10% dei residenti, il 20% dei nuovi nati tanto che uno su sei è stato dato alla luce in Italia. La città dell'africano San Zeno ha vissuto in pieno le polemiche politiche sulla immigrazione: dai vari divieti alle ronde, dagli episodi di violenza xenofoba alla più viva solidarietà umana.
A Giancarlo abbiamo posto due domande.
Quali sono i fatti di cronaca che più ci fanno capire il vero rapporto che esiste tra i veronesi veneti e gli immigrati?
Ci sono due approcci diversi, o meglio opposti, direi quasi schizofrenici.
Da un lato un'intolleranza diffusa, cavalcata strumentalmente dalla xenofobia leghista, che tende a respingere preliminarmente lo straniero immigrato (povero), magari, adesso che l'amministrazione cittadina è in mano alla Lega Nord, attraverso provvedimenti normativi, come ordinanze o divieti mirati e controlli cavillosi alle attività commerciali gestite da forestieri, oppure con blitz da sceriffi nei luoghi dove chi non ha casa trova un precarissimo rifugio.
"Decoro", "degrado", "sicurezza", "nullafacenti", "ordine pubblico", "bonifica", "microcriminalità", "clandestini", "sbandati", "delinquenza", "invivibilità", bivacchi"... sono le parole d'ordine che scaltramente agitano, puntualmente riprese in maniera acritica e amplificate nella cassa di risonanza dei giornali e dei telegiornali locali.
Dall'altro l'eredità, sempre più ristretta, della grande tradizione veronese di accoglienza degli ultimi e degli svantaggiati. Ecco allora le attività quotidiane di chi distribuisce in silenzio cibo, vestiti, coperte o, non meno importanti, parole di accoglienza e di conforto o anche solo momenti di ascolto. Atti e gesti che mettono al centro del rapporto la persona e la sua dignità umana. Indipendentemente dalla nazionalità o dalla condizione sociale.
Tra gli episodi esemplari di questi atteggiamenti agli antipodi citerei, per il primo tipo, i dissuasori che impediscono alla gente di sdraiarsi sulle panchine o addirittura la loro rimozione in certi giardini, per il secondo l'apertura della nuova mensa francescana del convento di San Bernardino, raddoppiata rispetto alla preesistente, finanziata dalle Fondazioni Cariverona e San Zeno, alla cui inaugurazione non si è presentato alcun rappresentante dell'Amministrazione comunale. Provvedimenti e attività, tra l'altro, che nel male e nel bene finiscono con il toccare anche tutti gli altri veronesi, quasi a confermare per paradosso che tutti gli uomini sono uguali.
Oggi il termine "extracomunitario" ha assunto sempre più significati negativi assommati l'uno all'altro: lo si collega infatti a "straniero (nel senso di lontano da noi), a "povero", a "pericoloso", ecc. Il tutto nella genericità della identità e nella provenienza della persona. Da giornalista che ne pensi della opportunità di cancellare l'uso di questo termine?
Spesso per pigrizia noi giornalisti utilizziamo parole "comode", senza fermarci a pensare che possono creare etichette pericolose, che rischiano di scivolare nel disprezzo. "Extracomunitari" è una di queste. Io mi auguro che faccia la fine di un termine che conobbe alcuni anni di larghissima diffusione e che ora è quasi dimenticato, lo spregiativo "vu' cumprà".
Troppo spesso molti colleghi si affidano alla facilità di una scrittura con formule prefabbricate, adattando la realtà alle (poche) parole che conoscono, invece di sforzarsi di trovare le parole che aiutino a elaborare un pensiero su una realtà sempre più complessa. Io non sono per la cancellazione dei termini, ma per un loro uso consapevole.
Se così fosse, ogni volta che si usa "extracomunitario" oppure "senegalese", "marocchino", "africano", "brasiliano", ecc., si saprebbe che prima di questa etichetta c'è sempre una "persona", un "essere umano", che gode dei diritti universali dell'uomo. E spesso anche un "cittadino", che gode degli stessi nostri diritti civili o almeno di buona parte di essi.
In allegato
Invito Convegno Pacchetto Sicurezza: da immigrato a cittadino, un percorso faticoso. Ust Cisl Verona