Veneto: dall’emergenza crisi possiamo cogliere delle opportunità?

sergio-rosato

Intervista al dott. Sergio Rosato, direttore di Veneto Lavoro.

Sergio Rosato è di Reggio Calabria. Sposato con due figlie risiede a Treviso. E' laureato in giurisprudenza e avvocato. Inizia la sua professione nel 1973 come funzionario dell'Ufficio del lavoro di Treviso, occupandosi in particolare di collocamento e controversie di lavoro. Nel 1985 assume la direzione dell'ufficio, realizzando una profonda riforma dei servizi per il lavoro e promuovendone l'informatizzazione. . Dal 1993 al 1999 è direttore generale del Ministero del lavoro, dove è responsabile prima della formazione professionale e successivamente dei sistemi informativi. Dal 2000 ad oggi è direttore di Veneto Lavoro, di cui ha contribuito alla costituzione e allo sviluppo.
Ha ricoperto numerosi incarichi governativi a livello nazionale ed europeo, collaborando attivamente alla riforma del mercato del lavoro con i ministri del lavoro Giugni, Treu e Maroni.
Ha pubblicato numerosi libri, saggi e interventi in materia di lavoro, di sistemi informativi e di riforma della pubblica amministrazione. Collabora con prestigiose riviste giuridiche, economiche e di relazioni industriali.

Dott. Rosato possiamo riassumere la situazione dell'occupazione in Veneto come "non drammatica ma seria?"

Aggiungerei "preoccupante". Il primo impatto della crisi si è rilevato meno drammatico grazie all'ottima situazione di partenza (piena occupazione), alla elevata flessibilità del mercato del lavoro veneto e al sapiente utilizzo degli ammortizzatori sociali, che siamo riusciti a garantire in regione.
Ciò che "preoccupa" sono le incognite in ordine alla "durata" della crisi e la consapevolezza di dover affrontare un lungo "processo di ristrutturazione", che sarà inevitabile ma ancora dai contorni incerti.

Sembra assodato che la ripresa non è dopo l'angolo. Non c‘è quindi il rischio che anche in Veneto ci sia una progressiva "cronicizzazione della disoccupazione", lavoratori licenziati che restano senza occupazione per un periodo di tempo molto lungo, giovani che non riescono ad entrare nel mercato del lavoro, cassaintegrati senza fine?

E' evidente che passare in poco tempo da un tasso del 3,5% ad un tasso del 5%, il peggiore degli ultimi 10 anni, sia un segnale forte di una diversa "struttura" della disoccupazione. I disoccupati ufficiali (Istat) passano da 70/80 mila ad oltre 100 mila. Ad essi si deve aggiungere una consistente frazione di inattivi, che nel 2009 sfiora le 120 mila unità, di persone in cerca di lavoro a determinate condizioni. Inoltre si è creato un bacino consistente di lavoratori sospesi in cassa integrazione, equivalente a circa 74 mila unità, una parte dei quali, si teme, strutturalmente in esubero. Se si considera che nel 2009 abbiamo avuto un consistente calo delle assunzioni (-21%), non è difficile prevedere che i tempi di "reimpiego" tenderanno ad allungarsi, con il rischio che si vada a formare un bacino di disoccupazione strutturale.

Dei due ammortizzatori in deroga solo la Cig (in deroga) ha avuto un effetto concreto nel tutelare l'occupazione garantendo una continuità del rapporto di lavoro anche nelle piccole aziende colpite dalla crisi ma non è così è stato per la mobilità (in deroga). Come mai?

In effetti, dei due istituti che tutelano il reddito dei lavoratori (cassa integrazione e indennità di disoccupazione) è stato meno difficile adattare alle esigenze il primo, molto più difficile il secondo. Le ragioni sono soprattutto tecnico-normative. Mentre nel caso della cig in deroga si è potuto agire con una "normativa di natura pattizia" (gli accordi regionali) con ampie innovazioni (beneficiari, durata, requisiti e procedure di accesso), altrettanto spazio innovativo non è stato previsto per i trattamenti di disoccupazione. In questo caso i requisiti soggettivi di accesso sono rimasti immutati, sì da escludere un numero rilevante di lavoratori, che seppur involontariamente privi di lavoro non hanno diritto ad alcun trattamento, neppure alla c.d. mobilità in deroga. Dal Veneto avevamo avanzato, senza successo, la proposta al Ministero del lavoro di prevedere (seppur temporaneamente e sperimentalmente) un abbassamento dei requisiti soggettivi di accesso, includendo così nella tutela della disoccupazione ordinaria una platea più ampia di lavoratori.

Nel welfare per il lavoro, un punto debole, che fatica a prendere corpo, è quello delle "politiche attive". Se ne parla da anni ma siamo ancora in fase di sperimentazione ...

Sulle politiche attive in Veneto abbiamo fatto in pochi anni passi da gigante: esperienze molto avanzate ma su pochi numeri. Va tenuto presente che fino alla prima metà del 2008 la situazione del mercato del lavoro era molto diversa. Le opportunità d lavoro erano molto elevate e la maggior parte delle assunzioni avvenivano tramite i canali diretti e informali. Solo una parte delle persone in cerca di lavoro si trovava in condizioni di svantaggio tali da richiedere politiche e servizi di accompagnamento al lavoro (parte dei giovani, parte delle donne, i disabili, gli over 50, ecc.). Nel nuovo scenario che si delinea con la crisi, le bune prassi si devono misurare coi grandi numeri e anche con la ristrettezza di risorse finanziarie (le politiche attive costano!. )

Dalla gestione del "welfare di crisi" cosa si può prendere di utile per approdare ad un sistema di flessicurezze?

Da alcuni anni sostengo che in Veneto ci sono tutte le condizioni per affermare un modello di flexicurity di livello "europeo". I punti di forza sono: una buona legge regionale, una buona programmazione regionale, l'efficacia delle prassi concertative, una rete ampia e qualificata di servizi per il lavoro e la formazione professionale, una tecnostruttura regionale e provinciale di buon livello. I punti critici sono tutti nazionali: manca la riforma degli ammortizzatori sociali, gli incentivi alle assunzioni sono disorganici, scriteriati e quasi sempre privi di efficacia, le risorse finanziarie (il fondo per l'occupazione) sono accentrate. Inoltre, anche questo è poco conosciuto, non solo non vi sono stati investimenti concreti e strutturali sui servizi per il lavoro pubblici, ma si assiste a continui tagli. In Veneto, con circa 5 milioni di abitanti, vi sono meno di 600 addetti ai servizi, compresi i collaboratori temporanei. Quando si cita il modello danese o inglese, ma anche tedesco, francese e spagnolo, mi viene da sorridere. Mettere in atto programmi per disoccupati (piani d'azione individuali) è molto oneroso, perché richiede personale qualificato in numero adeguato e strumenti di inserimento (impieghi sovvenzionati, formazione), entrambi costosi.

La crisi ha evidenziato l'importanza di conoscere in tempo reale le dinamiche del mercato del lavoro quale condizione indispensabile per attivare politiche efficaci di tutela. Da questo punto di vista le informazioni a disposizione di chi osserva queste dinamiche sono essenziali. Lei ritiene che attualmente tutte le informazioni che il sistema pubblico e privato (Sil, Inps, Enti Bilaterali, Inail, ecc.) incamera nelle diverse banche dati siano utilizzabili ed utilizzate per sapere come vanno le cose?

Veneto Lavoro, mi scuso per l'immodestia, è leader nel trattamento dei dati amministrativi a fini di conoscenza statistica e di monitoraggio. Il Sistema informativo lavoro, che personalmente ho progettato ed avviato quando ero direttore generale al Ministero del lavoro, nella nostra regione è stato realizzato ed è in continua evoluzione. I "prodotti" del nostro Osservatorio, apprezzati a tutti i livelli, sono possibili grazie ad una elevata professionalità nel trattamento dei dati. In questo periodo di crisi siamo in grado di accendere un "riflettore" sulle dinamiche quanti-qualitative del mercato del lavoro, che aiuta molto le istituzioni e le parti sociali a capire i fenomeni e fare buone scelte di politica del lavoro. Tuttavia, l'uso dei dati amministrativi a fini statistici, è una cosa molto delicata e difficile e molte amministrazioni non hanno sviluppato un pari impegno in questo senso. I tentativi di collaborazione con gli enti previdenziali non hanno prodotto grandi risultati, soprattutto per l'asimmetria delle rispettive "politiche". Di recente le cose stanno migliorando con l'Inps, a partire dalla gestione degli ammortizzatori in deroga, con un progressivo incremento dello scambio dei flussi informativi tra i due sistemi informatici. Interessanti prospettive ci sono con gli enti bilaterali e con le Università. Il sistema scolastico secondario e gli enti di formazione professionale sono da tempo in rete con Veneto Lavoro e forniscono dati di estremo interesse.

Una ultima domanda. Da esperto che opera sul campo da anni quale ritiene potrebbe essere un giusto (nel senso di efficace) equilibrio nella suddivisione delle competenze e delle risorse nella gestione del welfare per il lavoro tra centro (Stato) e territorio (Regioni)?

Il tema è complesso. Da questo punto di vista la mia posizione e molto federalista, ma bisogna intendersi sul concetto. Per me federalismo significa che le Stato si limiti ai principi fondamentali, a determinare il livello essenziale delle prestazioni, a stabilire gli standard, demandando tutte le altre competenze alle Regioni ed assegnando le necessarie risorse finanziarie secondo parametri oggettivi. Inoltre lo Stato si deve riservare e deve esercitare la potestà sussidiaria in caso di inadempienza da parte della Regione. Questo nella gran parte delle materie che riguardano il lavoro e la formazione professionale. Nel delicato campo degli ammortizzatori sociali, ritengo che lo Stato debba garantire e gestire solo pochi istituti di carattere universale e nazionale (la cassa integrazione e una indennità di disoccupazione), demandando alle regioni le competenze e le risorse per gestire politiche integrative di workfare (anche con sostegno al reddito) secondo le diverse caratteristiche dei mercati del lavoro locali. Sul terreno della vigilanza e della prevenzione vedrei bene una ripartizione basata sulla gravità e la pericolosità sociale della violazione. Pertanto resterebbe allo Stato la vigilanza e la repressione degli illeciti più gravi, mentre dovrebbe passare alle regioni la prevenzione e la vigilanza sugli illeciti meno gravi e le infrazioni di tipo amministrativo. Il tutto andrebbe coordinato con l'attuazione del federalismo fiscale. Infine anche il sistema di relazioni industriali dovrebbe adeguarsi a questo modello rafforzando il livello regionale di contrattazione e di concertazione.