Speedline: per la Fim un’altra difficile quadratura del cerchio.
Vogliono andarsene in Germania, dopo essersi portati via tecnologia, marchio, mercato, prestigio ed aver degradato la qualità del prodotto stravolgendo l'organizzazione della produzione, le linee di lavoro, qui a Santa Maria di Sala.
Così ci descrive la vicenda Speedline Gianni Fanecco, segretario della Fim veneziana. Si vede che ci tiene a questa azienda dove già altre volte ha tentato, con alterne fortune, di fare la quadratura del cerchio: cambio di proprietà e salvataggio dai debiti.
Nata nel 1969 dalla passione di Padovan, pilota di auto gran turismo che apre la ESAP, Equipaggiamenti Speciali Auto Padovan, l'azienda collocata nel mezzo di quel graticolato romano dove gli stabilimenti ed i capannoni industriali coprono quadrati di scacchiera estesi come le aree urbane, passa di mano nel 1975 a Giancarlo Zacchello che le da il nome attuale e specializza l'azienda nella produzione e fornitura di cerchi in lega per le auto sportive e ne diventa il maggior produttore mondiale, compresa la Formula 1, 2 e 3. Brevetta alla fine degli anni ‘70 i cerchi realizzati con la tecnica di fusione a bassa pressione ed arriva a quasi 2.500 dipendenti, suddivisi in 5 stabilimenti.
Poi la vendita, nel '93, ad AMCAST, un Fondo Pensione USA che sbaglia tutti gli investimenti e poi alla famiglia Mazzucconi, imprenditori della bergamasca. I loro sforzi finanziari per rilanciare l'azienda non vengono ripagati e nel 2007, costretti dalle difficoltà finanziarie, cedono Speedline alla Ronal, la seconda multinazionale al mondo nella produzione di cerchi per autoveicoli. La Ronal è svizzera di capitali (banche) ma tedesca nel management che progressivamente impone le sue scelte.
La missione di Speedeline nel gruppo era quella di produrre ruote di alto di gamma (Ferrari, Porsche, Lamborghini, Audi) con la tecnologia flow forming sviluppata da Speedline.
Una tecnologia che permette di produrre i cerchi più leggeri, più grandi e più robusti di quelli della concorrenza .
Poco dopo l'acquisizione, nonostante impegni sottoscritti in sede Ministeriale, e con la scusa della crisi internazionale, la Ronal abbandona l'impegno a realizzare un nuovo stabilimento completamente automatizzato (50 milioni di euro previsti) e contemporaneamente trasferisce nel suo stabilimento di Landau in der Pfalz (la città della Renania che dette il nome alle carrozze "landò") buona parte della produzione, clona la tecnologia e spoglia di ogni autonomia lo stabilimento veneziano, impoverendolo progressivamente..
La crisi stringe i margini e mette in difficoltà lo stabilimento di Santa Maria di Sala, si ricorre alla cassa integrazione e la multinazionale pone l'aut aut: o si recuperano in tre mesi le perdite o si chiude.
Che fare allora, come far quadrare il cerchio per l'ennesima volta? "Serve attenzione, bisogna mettere sotto i riflettori, quello che sta succedendo qui- è la convinzione di Fanecco - ed il governo deve intervenire. Quando i Mazzucconi hanno passato di mano non c'erano sono gli svizzeri a proporsi per il salvataggio e hanno avuto un via libera anche perché si erano presi degli impegni per sanare e rilanciare l'azienda. Hanno operato invece in senso contrario, spogliando lo stabilimento di Santa Maria di Sala. Noi non lasceremo che se ne vadano come se nulla fosse. Il 22 (febbraio) siamo al Ministero dello Sviluppo Economico: ci aspettiamo che Ronal sia rappresentata al suo massimo livello. Dobbiamo fare di tutto perche questa azienda che rappresenta l'inventiva e la laboriosità italiana, non venga distrutta del tutto".
L'obiettivo della Fim è che anche questa vertenza approdi alla Presidenza del Consiglio "come la vicenda Alcoa dove il governo ha dimostrato la volontà concreta di difendere il lavoro delle nostre aziende".
E' convinto Fanecco che qualcosa si possa fare e si capisce che ci mette anche del suo "sono stato il cartellino numero 1 della Esap assunto come apprendista a 14 anni, ho vissuto come dipendente e come sindacalista i 5 passaggi di proprietà e non voglio andare in pensione con la fabbrica chiusa". Una convinzione condivisa da Alceste Pittarella, Rsu e delegato storico della Fim Cisl che trova anche assurda se non strana questa "delocalizzazione" dove il lavoro viene portato li dove il costo del lavoro costa di più.