Rosato (Veneto Lavoro): la Cig non risolve i problemi

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Veneto Lavoro ha presentato stamattina, presso la Fondazione Studi Universitari di Vicenza, il diciannovesimo rapporto sul mercato del lavoro in Veneto. Ha aperto i lavori il direttore dell'Agenzia regionale, Sergio Rosato, che ci ha rilasciato questa interessantissima intervista.

La scelta di presentare il Rapporto presso la sede universitaria di Vicenza ha un significato particolare?
E' prassi presentare il Rapporto Annuale  variando di anno in anno  la sede, con l'intento di coinvolgere di più gli attori del territorio. Quest'anno è toccato a Vicenza, un po' per ragioni di turn over, ma anche perché in qualche modo  Provincia emblematica della crisi della piccola impresa manifatturiera.

Il Rapporto 2010 segnala una ripresa delle assunzioni,  senza  crescita dell'occupazione. Ci spiega questa particolare condizione?
Nel periodo più acuto della crisi (2009 e in parte 2010) si è determinato un forte irrigidimento del mercato del lavoro, prodotto dalla contrazione  delle assunzioni. Molte imprese, pur non ricorrendo ai licenziamenti,  hanno  adottato una "cura dimagrante" con la rinuncia/rinvio delle assunzioni, attraverso  la non sostituzione dei dimissionari e il mancato rinnovo dei contratti a termine in scadenza. Le assunzioni in quel periodo sono scese del 21%. Nel 2010 la crescita delle assunzioni - rispetto al 2009  (+6%) - ha riattivato il mercato del lavoro, ma in misura ancora insufficiente, non solo per pensare ad un recupero dei livelli precedenti, ma neppure sufficiente a colmare l'ulteriore quota di licenziamenti che anche nel 2010  è stata consistente.

Molti licenziamenti sono stati evitati con gli ammortizzatori, normali ed in deroga. Quanto a lungo può durare questo sistema?
Noi calcoliamo  che molte  posizioni di lavoro (50.000 nel 2009 e 75.000 nel 2010)  siano state annualmente "congelate" per effetto della cassa integrazione.  Naturalmente questo numero,  utile per capire  quanto consistente sia stata la contrazione dell'attività produttiva, non quantifica i lavoratori effettivamente coinvolti, che sono molti di più. Quanti di questi lavoratori abbiano  una prospettiva concreta di riprendere il lavoro è difficile da stimare, certo il progressivo contrarsi della cassa integrazione ordinaria e l'incremento considerevole di quella straordinaria induce al pessimismo. In molti casi la cassa straordinaria è "l'anticamera"  del licenziamento.
Sul piano delle politiche del lavoro il ricorso prolungato alla cassa,  anche in presenza di esuberi strutturali, non è il modo migliore per affrontare i problemi.  Funziona solo sul piano "sociale", ma non è  efficace per gestire una politica di welfare to work. Capisco, però, la diffidenza del sindacato a non sfruttare fino in fondo questo "ombrello protettivo" in mancanza di un percorso strutturato e solido che porti al reimpiego dei lavoratori.
Quanto tutto ciò possa reggere sul piano finanziario  ce lo dicono i numeri: nel 2008 la spesa complessiva nazionale per politiche passive è stata pari a 11,3 miliardi di euro (lo 0,7% del Pil), nel 2010 si avvicina ai 20 miliardi (1,3% del Pil).  In Veneto l'incidenza della spesa per sostegno al reddito si è fortemente incrementata nel biennio di crisi passando dallo 0,5% del Pil  all'1% nel 2009 e al 1,1% nel 2010. C'è da dire che a livello europeo si spende di più, ma forse meglio.

Vi è la concreta possibilità che alla ripresa, modesta o robusta che sia, non corrisponda una pari crescita dell'occupazione?
La contrazione occupazionale nei settori della manifattura tradizionale è cominciata ben prima della crisi, che ha svolto  un ruolo di acceleratore di quel processo. In passato il fenomeno è stato causato dalla perdita dei fattori di competitività sulle produzioni a basso valore aggiunto, che ha portato a scelte di delocalizzazione o talora di abbandono di alcune produzioni. Riteniamo che la crisi costringa a processi di ristrutturazione ben più impegnativi,  che porteranno a nuova occupazione solo se attraverso innovazioni di prodotto e di processo saremo in grado di ampliare i mercati di sbocco. Anche una ripresa del settore delle costruzioni, che però ancora non si vede,  comporterà sicuramente una ripresa occupazionale. In passato la crescita dell'occupazione si è avuta nel terziario, che ha margini di ripresa in alcuni settori (sanità, sicurezza,  turismo, ambiente, cultura) ma pochi margini in altri (istruzione, pubblica amministrazione in generale, commercio). La struttura occupazionale del Veneto sarà ridisegnata da questi fattori, in che misura e in quanto tempo è ancora impossibile stimare.

Gli italiani ed il rifiuto dei lavori pesanti o poco remunerativi. Anche in Veneto è così?
E' questo un fenomeno di tutta evidenza, che a partire dalla  fine degli anni novanta ha assunto dimensioni considerevoli anche in Veneto.  Il fatto che i lavoratori stranieri si siano decuplicati  nello spazio di due decenni  sta a dimostrare   che   per una quota  consistente della domanda di lavoro (per lo più in agricoltura, nelle costruzioni, nelle fasce più basse dell'industria, nei servizi alla persona)  non vi è una corrispondente offerta in grado di  soddisfarla.  Le cause sono molteplici, da un lato di natura demografica (diminuzione quantitativa dell'offerta), dall'altro l'innalzamento dei livelli di istruzione (scarto qualitativo), ma soprattutto aumento del benessere complessivo delle famiglie e fattori culturali (prestigio sociale). L'insieme di tutto ciò, unito in Veneto ad una situazione positiva dell'occupazione,  in passato non ha creato eccessivi squilibri. Con la crisi stanno emergendo molte di queste contraddizioni. C'è da dire, peraltro, che si avvertono segnali non di dico di cambiamento, ma di "ripensamento culturale".

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