Rosato (Veneto Lavoro): in Veneto oggi solo 15 disoccupati su 100 trovano occupazione stabile nel breve.
Il dott. Sergio Rosato, direttore di Veneto Lavoro, l'agenzia della Regione Veneto che, tra le altre cose, studia e monitora con grande cura il mercato del lavoro regionale, ci ha, concesso una lunga intervista per fare il punto sulla situazione dell'occupazione in Veneto a 18 mesi dall'arrivo della crisi internazionale. Punto di partenza la Relazione 2009 di Bankitalia che cita proprio l'Agenzia...
Intervista a Sergio Rosato
Bankitalia, nella Relazione sul 2009, pubblicata in occasione della recente Assemblea, quando affronta il tema del mercato del lavoro e della disoccupazione cita le analisi dell'Osservatorio del mercato del lavoro della Regione Veneto sul forte rallentamento dei processi di ricollocamento dei disoccupati. Il Governatore Draghi, nelle sue Considerazioni Finali (Assemblea del 31 maggio scorso), evidenzia che "una ripresa lenta accresce la probabilità di una disoccupazione persistente". Franca Porto, segretaria della Cisl del Veneto, ha lanciato, da tempo, l'allarme su una possibili cronicizzazione della disoccupazione anche in Veneto.
Cosa ci può aggiungere dal punto di vista dell'analisi di questa realtà? Chi sono ad esempio i disoccupati di lunga durata?
In termini statistici i disoccupati di lunga durata sono coloro che cercano lavoro da più di un anno. Questa categoria è contemplata anche dal Regolamento (CE) n. 2204/2002, in materia di aiuti di Stato a favore dell'occupazione, che identifica il disoccupato di lungo periodo nella persona senza lavoro per 12 dei 16 mesi precedenti, o per 6 degli 8 mesi precedenti nel caso di persone con meno di 25 anni. La L. 407/1990 concede sgravi contributivi ai datori di lavoro che assumono disoccupati da almeno 24 mesi.
La persistenza della disoccupazione di lunga durata è un problema cronico del nostro mercato del lavoro, con le consuete diversificazioni geografiche: nel 2008 il relativo indicatore (rapporto tra disoccupati di lunga durata e totale disoccupati) era del 45,7% nella media nazionale, con il 54% nel Mezzogiorno e il 30% per il Nord-est (dati Istat, indagine sulle forze di lavoro). Nell'ultimo decennio (prima della crisi), nonostante la crescita occupazionale e la riduzione del tasso di disoccupazione questa quota di disoccupati è diminuita molto poco.
A mio avviso, almeno nel nostro mercato del lavoro, ha inciso molto non tanto l'indisponibilità assoluta delle occasioni di lavoro, quanto il mismatch qualitativo, vale a dire le difficoltà di incontro tra domanda e offerta per ragioni inerenti la tipologia di competenze dei lavoratori e le caratteristiche dei posti di lavoro offerti.
Il D.Lgs. n. 181/2000, che ha riformato il vecchio collocamento, contiene due importanti disposizioni: la prima interviene sul computo della durata amministrativa dello stato di disoccupazione, che non si interrompe ma si sospende in caso di occupazione temporanea inferiore a otto mesi (quattro se si tratta di giovani); la seconda è volta a prevenire la disoccupazione di lunga durata, attraverso un intervento attivo dei servizi per l'impiego non oltre sei mesi dall'inizio dello stato di disoccupazione, consistente in un "colloquio di orientamento, proposta di inserimento lavorativo o di formazione o di riqualificazione professionale od altra misura che favorisca l'integrazione professionale". Questa misura di politica attiva costituisce uno standard minimo che tutti i servizi per il lavoro (pubblici e privati autorizzati o accreditati) dovrebbero garantire come un livello essenziale delle proprie prestazioni, cui corrisponde un diritto sociale esigibile da parte del lavoratore. Purtroppo siamo ancora lontani, a causa della scarsità delle risorse organizzative, dal poter assicurare appieno questo servizio.
Si può stimare il numero dei lavoratori che, in Veneto, sono disoccupati da periodo di tempo molto lungo (esempio più di 6- 8 mesi)? Si parla, per queste situazioni, di stime e di approssimazioni, oppure ci sono dati precisi ?
Le nostre banche dati amministrative ci consentono di individuare con buona precisione il fenomeno, ma con alcune avvertenze. E' noto, infatti, che i "lavoratori disponibili" registrati presso i Centri per l'impiego sono molti di più dei disoccupati in senso stretto, come rilevati dalle indagini Istat. Da un lato è più difficile accertare l'effettiva ricerca di lavoro (molti dichiarano lo stato di disoccupazione solo per accedere a benefici di tipo assistenziale), dall'altro il dato amministrativo comprende anche lavoratori occupati temporaneamente o con lavori a basso reddito. Per tale ragione il valore dei "disponibili" secondo i dati amministrativi risulta pressoché triplo rispetto ai dati Istat (342 mila a fronte dei 107 mila nell'ultimo trimestre 2009). Tolti gli inoccupati (circa 56 mila), i sospesi (circa 19 mila) e coloro che lavorano a basso reddito o conservando la presenza in lista di mobilità (circa 12,5mila), i disoccupati amministrativi si aggirano intorno alle 255 mila unità. Tuttavia ricordiamo che l'area sospetta (persone di fatto non disponibili) potrebbe aggirarsi sulle 100mila unità.
Il Rapporto annuale 2010 del nostro Osservatorio analizza molto puntualmente i flussi di entrata e uscita dalla condizione di disoccupazione. In estrema sintesi tra il 31/12/2008 e il 31/12/2009 il numero dei c.d. persistenti (soggetti che nel trimestre osservato sono rimasti sempre disoccupati) rappresenta circa i 2/3 del totale, mentre solo 1/3 sono coloro che vengono inseriti al lavoro (con qualsivoglia tipologia contrattuale). Dei 121 mila nuovi entrati in disoccupazione nel 2009, solo 18 mila (il 15%) ha trovato, nel corso del medesimo anno, un'occupazione stabile uscendo dallo stato di disoccupazione.
Non sarebbe necessario in questi casi, forse più che per altri aspetti, disporre di dati puntuali, visto che parliamo delle situazioni più pesanti per gli interessati e più difficili da affrontare per le istituzioni?
Per avere il polso reale della situazione le banche dati non sono sufficienti, serve un'azione puntuale ed incisiva dei servizi. Basterebbe attivare i "colloqui" previsti dalla L. 181, per arrivare ad un censimento reale dei disoccupati disponibili, raccogliendo altre utili informazioni sulle condizioni soggettive di tipo professionale, familiare e sociale. Alcuni CPI lo fanno, agendo su tre livelli: un servizio di informazione e consulenza per la ricerca attiva di lavoro nei primi tre mesi di disoccupazione, un percorso di accompagnamento per i disoccupati da oltre tre mesi, un progetto di inserimento lavorativo per i disoccupati da oltre sei mesi. Purtroppo questo avviene per piccoli numeri, mentre dovrebbe costituire uno standard operativo generalizzato. E' compito dei servizi per il lavoro, infatti, intercettare il bisogno e suggerire le misure di politica attiva per il reimpiego.
Se il periodo di disoccupazione si allunga il lavoratore esce dalla copertura degli ammortizzatori più utilizzati: le indennità di disoccupazione nelle loro diverse versioni. A ciò si aggiunge il fatto che, senza indennità, non ci sono nemmeno gli assegni familiari. Il governo ha previsto di sostenere queste situazioni con la mobilità in deroga. In Veneto a che punto siamo: quella relativa al 2009 è stata pagata agli aventi diritto? quella per il 2010 è stata regolamentata?
Tra i disoccupati solo una parte accede ai c.d. ammortizzatori sociali (non considero i sospesi in cassa integrazione, formalmente occupati, anche se una quota consistente difficilmente riprenderà il lavoro). Quale sia il tasso di copertura delle indennità di disoccupazione è una vexata quaestio. Il nostro Osservatorio è in grado di ricostruire i tassi di eligibilità (solo 1/3 dei cessati dal lavoro, con significative variazioni in rapporto al genere e soprattutto all'età). A fronte di circa 130mila eligibili (su oltre 280.000 soggetti che nel 2009 sono stati interessati da un'interruzione involontaria del rapporto di lavoro o dalla conclusione per scadenza di un rapporto a termine), si può stimare che circa 100 mila vi abbiano concretamente avuto accesso. E' evidente che il problema è a monte, vale a dire nella mancata riforma nazionale di questi ammortizzatori, mentre a livello regionale si sono fatti i miracoli utilizzando nel miglior modo possibile gli ammortizzatori in deroga. Gli accordi 2009 hanno ben funzionato sia in termini di previsione delle risorse sia in termini di copertura sia di gestione (dopo un inevitabile rodaggio).
La mobilità in deroga 2009 è partita in ritardo (solo a dicembre) ed i primi pagamenti sono in corso. A breve partiranno le misure di politica attiva. Per il 2010 si sta discutendo il nuovo accordo per chiudere entro il mese. Prevediamo di utilizzare di più questo ammortizzatore a favore di chi esce dalla copertura, a patto, tuttavia, che vi sia una effettiva disponibilità ai percorsi di reimpiego. Qui torna in ballo il ruolo dei servizi per il lavoro.
Le politiche attive per il ricollocamento: a che punto siamo in Veneto?
Nella nostra Regione da alcuni anni sono state fatte buone politiche di ricollocamento, abbinate alla gestione delle crisi aziendali di maggior rilievo, o rivolte a specifici target di lavoratori. Si è agito, però, per piccoli numeri e con percentuali di successo a volte modeste. C'era però un'altra situazione occupazionale. Di fronte ad una disoccupazione di tipo strutturale, di cui non conosciamo ancora fino in fondo dimensione e durata, investire risorse in queste politiche diventa cruciale. L'accordo quadro del 5 febbraio 2009, che ha definito la strategia regionale di contrasto alla crisi, è molto chiaro al riguardo. Va applicato mettendo in campo adeguate risorse finanziarie, misure ben congegnate di sostegno al reddito e di politica attiva, mettendo in condizione la rete dei servizi di farsi carico di un gran numero di casi. L'esperienza (la mia personale risale alle prime ristrutturazioni della fine degli anni 70) ci insegna che una politica di reimpiego per avere successo deve agire su tre dimensioni: creare un percorso di convenienza per i lavoratori a parteciparvi, stimolare la domanda di lavoro presente sul mercato o creare occupazione sostenuta, offrire un servizio di qualità anche remunerando gli intermediari.
Non c'è il rischio che queste persone vengano "dimenticate" e che dallo status di lavoratori disoccupati passino, un po' alla volta, a quello dei poveri e degli esclusi?
Temo che, per quanto efficaci, le politiche di reimpiego da sole non possano fornire una risposta sufficiente all'entità del problema che abbiamo di fronte. E' evidente che molto dipenderà dalla ripresa economica, ma è inevitabile che si crei uno zoccolo duro di "esclusi", vale a dire di persone di difficile ricollocazione. Io credo che occorra stimolare anche un'area consistente di lavoro sostenuto, di utilità pubblica e sociale, come sta facendo la Regione con il progetto "Sostegno attivo al reddito", incentivando progetti locali che coinvolgano i Comuni, i servizi sociali, la cooperazione sociale. Questi progetti hanno il pregio di inserire in un circuito di utilità sociale la spesa assistenziale, con un triplice vantaggio: si rende produttiva la spesa pubblica, i lavoratori riacquistano dignità sentendosi attivi ed utili, si sviluppa nuova impresa sociale.