Mobilitati con deroga: in attesa di indennità
Sono circa 2.800 le domande di accesso alla indennità di mobilità in deroga presentate ad oggi ai Centri per l'Impiego del Veneto.
Al suo esordio in prima assoluta in Veneto, come in tutta Italia, questo ammortizzatore sociale sul quale si sono riposte le speranze di chi ha perso il lavoro senza accedere ad una qualsiasi intervento di sostegno al reddito come di chi tale sostegno lo ha consumato senza trovare una nuova occupazione, presenta le sue potenzialità ed i suoi limiti.
"Le potenzialità della mobilità in deroga- ci spiega Giulio Fortuni responsabile per la Cisl del Veneto delle problematiche relative al lavoro- sono quelle di rappresentare un reddito minimo, sostitutivo a quello di lavoro, che potrebbe evitare l'affondamento nella povertà per migliaia di lavoratori e le loro famiglie. Una condizione questa pressoché sconosciuta in Veneto, una regione che negli ultimi venti anni ha registrato una progressiva crescita della occupazione e dei posti di lavoro e la contemporanea regressione, fino ai cosiddetti livelli fisiologici, della disoccupazione". La crisi, nella analisi del dirigente della Cisl, ha posto, in evidenza, nella estensione a più di un settore produttivo-occupazionale e, soprattutto con il suo perdurare nel tempo (i dati del primo trimestre 2010 sono sconfortanti), temi e termini come quelli della "cronicizzazione della disoccupazione", della assenza di prospettiva, di redditi famigliari azzerati.
"Se vogliamo svolgere una efficace azione di contrasto agli effetti della crisi- continua Fortuni- nel 2010 dovremo mettere più risorse per questo ammortizzatore in deroga ma, nello stesso tempo, toglierli di dosso alcuni "fermi" che ne riducono, senza ragione, gli effetti positivi, facendogli così mancare il bersaglio".
I fermi a cui si riferisce il segretario Cisl sono quelli imposti dalla normativa nazionale che prevede l'accessibilità sulla base di requisiti immotivati ed eccessivamente restrittivi (a cominciare da quello sulla anzianità di lavoro precedente alla sua cessazione) e della lungaggine delle procedure per il riconoscimento del diritto e, conseguentemente, la erogazione della indennità.
I dati, sebbene provvisori, sembrano dare ragione a queste richieste. Le domande (e non è detto che siano tutte accoglibili) non hanno raggiunto nemmeno la quantità prevista (3.500) e, ad oggi, nessuna richiesta è stata approvata e posta quindi in pagamento. Eppure chi è in attesa di questo aiuto economico certamente non se la spassa bene.
Chi sono infatti i "mobilitati in attesa"? Al di là del possesso o meno dei requisiti formali si tratta per un terzo di donne (oltre 700) in gran parte italiane, e per poco meno della metà di stranieri (1.300 circa): le due categorie di lavoratori più colpite dalla crisi. Riguardo all'età sono pochi i giovani e i vicini alla pensione. Ne consegue che si tratta spesso di persone con famiglia a carico. Infine un altro dato preoccupante: le domande di chi è uscito dal comporto degli ammortizzatori (poco più di 1.700) sono molte di più di chi invece non ne ha avuto proprio diritto, segno di una recrudescenza dello stato di disoccupazione e della mancanza effettiva di lavoro.
"Verso i lavoratori in queste condizioni (ed il loro numero è destinato a crescere) se da una parte è necessario intervenire rapidamente con un sussidio economico- conclude Fortuni - dall'altra è altrettanto importante operare affinché abbiano a disposizione servizi per facilitare il ricollocamento al lavoro, anche con percorsi di miglioramento professionale. Torniamo sempre a punto iniziale: serve ora più che mai una riforma del sistema del welfare sul lavoro improntata sulla flessicurezza. Le misure tampone, se pur utili ed efficaci, non sono più sufficienti".