Laura Moro: la parità per le donne è solo sulla carta
Che genere di donne vuole il Belpaese? La domanda, affatto retorica o inutile visti i tempi e le cronache, la pongono alla società veneta e italiana le donne della Cisl che, alla vigilia della Festa della Donna, lunedì 7 marzo, organizzano a Mestre un convegno per riflettere e confrontarsi sulla questione femminile, stretta tra un percorso di emancipazione e di parità sostanziale non ancora compiuto e il rischio concreto di spinte all'indietro alimentate da un immaginario distorto.
L'evento, che si tiene presso la sala convegni del Quid Hotel di Mestre, avrà inizio alle ore 10 e continuerà per tutta la giornata. Sono previsti, tra gli altri, interventi di Domenico Pesenti, segretario generale della Filca-Cisl e di Franca Porto. Alle 12.30 sarà proiettato il documentario di Lorella Zanardo Il corpo delle donne.
La relazione introduttiva sul tema "Lavoro e Welfare a misura di donna, le proposte Cisl" è di Laura Moro, Coordinatrice Donne Cisl del Veneto. Francesca Nicastro l'ha intervistata.
8 marzo, Laura: in Italia non c'è parità tra i sessi
In Italia non esiste parità tra i sessi, nonostante abbiamo una legislazione tra le più avanzate per le pari opportunità. Specialmente nel Nordest paghiamo una cultura, che ancora permane, in cui la donna è la responsabile della cura della famiglia e della casa. Esiste una prassi consolidata e ancora difficile da superare in cui se la donna non si dedica al ruolo a lei attribuito non corrisponde alle aspettative sociali ed è pertanto giudicata irresponsabile o egoista, viene considerato in ogni caso "naturale" che spetti alla donna a rinunciare al lavoro, alla carriera, alla crescita personale. Tale cultura è presente per prima nelle donne che per prime vivono sensi di colpa nei confronti della famiglia e dei figli.
A te, personalmente, ha penalizzato l'essere donna nel mondo del lavoro?
Non ritengo di essere stata penalizzata anche perché ho scelto un campo tradizionalmente coperto dal genere femminile come le pubbliche relazioni e la formazione.
Esiste nel mondo del lavoro il "soffitto di cristallo", cioè il tetto invisibile contro cui cozzano le donne?
Il "soffitto di cristallo" esiste ed è causato da molteplici fattori: la paura della maternità (che vale solo per le giovani donne), la gestione del tempo tutt'ora di impronta maschile con riunioni e viaggi che impediscono la conciliazione, ma anche ritengo una cultura propria di genere, il parlare la stessa lingua tra simili, cosa molto influente quando i percorsi di carriera non sono basati sul merito ma su rapporti e affidamenti di fiducia.
Sono utili le quote rosa per portare più donne nelle istituzioni, nei consigli di amministrazioni, negli organismi dirigenti delle organizzazioni, anche sindacali?
La cultura crea la legislazione ma è anche la legislazione a creare cultura. Gli interessi a permanere nei posti di potere saranno sempre garantiti a coloro che li detengono e non si può contare su una qualche forma di loro "buon cuore" se la parità non viene concepita come l'attuazione di un atto di giustizia. Alle motivazioni culturali e di interesse si sommano i pregiudizi riguardo il peso delle assenze causate dalla maternità, tutt'ora da dimostrare dato che le donne sono capaci di privarsi anche dei periodi di maternità obbligatoria per far fronte alle responsabilità date dal ruolo, gli esempi non mancano a partire dal ministro Gelmini.
La conciliazione tra vita e lavoro è un problema più femminile che maschile, nel senso che le rinunce più dolorose le fanno le donne che si trovano quasi sempre costrette a scegliere tra carriera e figli. È un problema risolvibile?
In altri stati, penso al Nord Europa, sono stati introdotti percorsi legislativi per costringere l'uomo ad assumere le medesime responsabilità della donna dopo il primo svezzamento così che i percorsi lavorativi e di carriera diano ad entrambi i generi i medesimi oneri familiari a cui attendere, non penalizzando l'uno nei confronti dell'altro. Una scelta simile riporterebbe la questione professionale ai soli pregiudizi di genere escludendo degli effettivi handicap dati dai tempi di cura. La questione non sarà risolvibile fino a che non si farà propria l'idea che i figli così come i genitori anziani sono una responsabilità di entrambi da suddividere con libertà a seconda della strada che la coppia vuole intraprendere. Ma ancora una volta la domanda che dobbiamo porci è se anche le donne sono realmente disponibili a questa possibilità.
A cura di Francesca Nicastro