Intervista a Marco Michielli
Vent'anni fa cadeva il Muro di Berlino e con esso, in breve tempo, quella Cortina di Ferro che aveva tenuto separati milioni di europei. I regimi dell'Europa Orientale tenevano infatti chiusi i loro cittadini all'interno di un perimetro geografico ben delimitato, permettendo loro di spostarsi e viaggiare solo nei cosiddetti Paesi fratelli o amici. Ad esempio i cittadini della DDR (la Repubblica Democratica Tedesca) potevano andare facilmente in URSS, più difficilmente in Repubblica Ceca e raramente in Ungheria. Viceversa per gli europei occidentali il passaggio ad est era subordinato al rilascio di visti di ingresso a volte difficili da avere.
Poi le frontiere si sono aperte e milioni di europei orientali hanno cominciato a visitare i Paesi e le terre a loro vietati, Italia compresa.
In questa occasione abbiamo voluto sentire la testimonianza ed il parere di chi ha potuto osservare gli effetti della caduta del Muro da un'ottica molto particolare: quella dell'operatore turistico. Abbiamo quindi intervistato Marco Michielli, albergatore con attività a Bibione e oggi presidente di Federalberghi del Veneto.
Una delle prime mete di queste persone, è stata la vicinissima Italia ed in particolare il Veneto e Venezia, molti si sono riversati nelle spiagge del litorale. Che ricordo ha di questo avvenimento che, allora, impressionò non poco gli operatori turistici?
E li trovò anche molto impreparati, costretti a misurarsi con mentalità e stili ignoti, con possibilità economiche allora molto ristrette.
Ancora oggi quando vedo una fuoriserie con targa dell'Est non posso fare a meno di pensare alle "corriere" ( mi rifiuto semplicemente di definirle pullman ) sgangherate, arrugginite e fumose di quei primi anni '90 e mi si stringe un po' il cuore al ricordo di persone di grande cultura che non avevano neppure le disponibilità per entrare nei nostri musei.
Vent'anni hanno cambiato il mondo, anche il nostro microcosmo dell'accoglienza, ai pacchetti fuori stagione tutto compreso si è sostituita una compiuta integrazione col resto della clientela europea.
Quale è oggi, a distanza di 20 anni, l'apporto dei cittadini di quelli che furono i paesi d'oltrecortina alla grande industria del turismo veneto sotto il profilo delle presenze nei diversi comparti dello stesso (mare, laghi, montagna, città d'arte)?
In costante incremento in tutte le fasce ed in tutti i settori, per dare un paragone con la seconda nazione di provenienza in Veneto "pesano" ormai sulle presenze mare mediamente come l'Austria, la superano di poco in montagna, sono a due terzi circa nel lago di Garda ad un terzo nelle città d'arte, valgono un 15% dell'Austria per le terme.
E' difficile oggi trovare un'attività turistica, sia esso un albergo, un ristorante o una attività di servizio collegata, che non occupi anche lavoratori immigrati. Tra questi la grande maggioranza è costituita da lavoratori dell'Europa Orientale. Come spiega questa caratteristica?
Tendo a credere che certo non è una predisposizione naturale od un'attitudine di quei popoli, piuttosto una necessità contingente di lavoro. Il perché così tanti dall'Est e presto detto, per i nuovi paesi CEE la minor burocrazia di ingresso, per tutti la prossimità.
Si può dire che oggi, questi immigrati europei, rappresentano un punto fermo, irrinunciabile, nella grande macchina dell'accoglienza veneta, prima regione d'Italia e tra le prime d'Europa nel turismo?
Per il momento sì, anche se non dispero in un riavvicinarsi ai servizi da parte degli italiani.
Peraltro non mi stupirei affatto che nel futuro prossimo, alla crescita delle economie dell'est, i nostri collaboratori vengano a provenire da altri paesi come India, Cina, Medio Oriente, fascia del Magreb e Sudamerica.
La caduta dei regimi del "socialismo reale", l'ampliamento dello spazio unico europeo, hanno determinato una maggiore concorrenza nel turismo, ad esempio tra le aree delle due sponde dell'Adriatico. Si è per anni gridato al lupo guardando alla Croazia e alla Slovenia. Come stanno veramente le cose?
La libera concorrenza è un valore assoluto per chi la fa e per chi la subisce e con un minimo di visione strategica, non mi preoccuperei più di tanto della concorrenza di paesi CEE o prossimi ad entrarvi, sono "condannati" per questo ad allinearsi progressivamente ai nostri costi e conseguentemente ai prezzi; certo in itinere qualche problema di concorrenza a bassi prezzi così vicino alle nostre spiagge e montagne lo stanno creando.
Tendo piuttosto a preoccuparmi per altri paesi che se mai arriveranno ai nostri livelli di costi, ci metteranno comunque decenni.
Un'ultima domanda. Il turismo, cioè il far viaggi (dall'inglese to tour risalente dal francese tour "giro") per sua natura è l'esatto opposto dell'innalzare muri e chiudere i confini alle persone. Nello stesso tempo il "far viaggi" permette anche di avvicinare e di conoscere gli "altri". E' pensabile dunque un Veneto che rifiuti i foresti perché sono "altri" ?
Il carattere del popolo veneto per storia e collocazione geografica è naturalmente incline al rapporto con altre nazioni ed altri popoli e tradizioni, valgano per tutte le vicende della Serenissima a testimoniare come da commerci e scambi culturali si sia alimentata e si alimenti tuttora la sua ricchezza, non solo materiale.
Impensabile quindi il rifiuto dell'altro solo perché diverso da noi, infatti il Veneto vanta di essere la Regione italiana che meglio ha accolto ed integrato i lavoratori immigrati; né certo valgono a smentire questa predisposizione le tensioni che viviamo oggi sul territorio e che , a mio modo di vedere, sono esclusivamente dovute a due fattori: il più recente la crisi che stiamo attraversando, il primo, più subdolo, dovuto al rifiuto di integrazione ed all'uso spregiudicato del sacrosanto garantismo del nostro sistema da parte di una aliquota marginale ma, ahimè, molto evidente della popolazione immigrata.