Il paradigma Pomigliano dopo il referendum: intervista a Santini
Come valuti l'esito del referendum?
E' sostanzialmente positivo, il rapporto tra favorevoli e contrari è di due terzi - un terzo. Dobbiamo anche tener conto che la storia dei referendum in Fiat, specie in materia di flessibilità sul lavoro, è una storia di No, di bocciature e questo fa risaltare la positività del risultato.
Ciò non significa non considerare il fatto che una parte dei lavoratori ha ritenuto questo accordo troppo oneroso ed ha dimostrato il suo dissenso con il voto contrario. Dal punto di vista però dell'accordo sindacale c'è il consenso dei lavoratori, anche separando, in modo capzioso, voto operaio e voto impiegatizio: il sì è stato maggioritario sia tra i colletti bianche che tra le tute blu.
I no però sono andati oltre ad alcune aspettative più ottimistiche
Si trattava di aspettative ingenerate dalla Fiat che pensava di recuperare nel referendum quel consenso che non aveva trovato nella trattativa. Aspettarsi un plebiscito di favorevoli era sbagliato.
In tutti i casi la vittoria ampia del sì impegna ora la Fiat a mantenere gli impegni sugli investimenti. E noi diciamo di cominciare subito.
L'altissima partecipazione al referendum e l'esito non plebiscitario cancellano le affermazioni della Fiom che lo definiva come strumento per esprimere un sì obbligato dal ricatto?
La Fiom, ed i sindacati di base, hanno tenuto su tutta la vicenda un atteggiamento molto poco compatibile sul piano sindacale e quindi molto contraddittorio. Ad esempio hanno negato la legittimità del referendum ma ne hanno promosso la partecipazione. Circa la sua presunta incostituzionalità sappiamo che è un ragionamento che non ha ne capo ne coda. Ma questo atteggiamento è servito però a caricare sul referendum dei significati che non gli appartengono, fino a farlo diventare uno strumento per sostenere lo scontro tra Landini e Marchionne. Ma l'interesse del sindacato è, e deve essere, quello che l'azienda faccia gli investimenti ed i lavoratori abbiamo un'occupazione ed uno stipendio. I duelli non ci interessano per nulla.
La maggiorazione prevista per la turnistica viene detassata?
Sì, perché è effetto di un accordo di secondo livello finalizzato alla produttività.
Prima del referendum si è parlato del paradigma Pomigliano per uscire dalla crisi. Dopo il referendum si può ancora dire che Pomigliano è un buon esempio per dire che al Sud si può investire?
E' giusto dire che può essere un primo esempio se si ragiona su investimenti, aumento delle produzioni, disponibilità del sindacato ad individuare stabilimento per stabilimento, vicenda per vicenda, adattamenti o deroghe contrattuali utili che debbono però sempre essere definiti con la negoziazione. In questo senso se ci fossero nel Sud 10, 100, 1.000 Pomigliano, siti cioè dove l'imprenditore è disposto a raddoppiare la produzione e ad investire, il sindacato sarebbe certamente disponibile ad individuare tutte le forme contrattuali di adattamento del contratto nazionale, sempre naturalmente con la negoziazione, che favorissero questi investimenti. In questo senso l'accordo per lo stabilimento Gian Battista Vico è paradigma. Nello specifico dei due punti oggetto di dissertazione, il contrasto all'assenteismo e le regole sullo sciopero nella turnistica, si tratta di fatti assolutamente specifici di questo stabilimento, non replicabili in modo automatico in altre situazioni. In altri casi abbiamo fatto, sempre per favorire l'occupazione, altre deroghe. Nel caso di Banca Intesa ad esempio, sull'accordo che ha portato a nuove mille assunzioni, la deroga negoziata ha riguardato i tempi con cui i nuovi assunti arrivano al salario aziendale pieno.
Restiamo nell'ambito Fiat e parliamo di Termini Imerese
Purtroppo è la controfaccia di Pomigliano. Li non ci sono le condizioni perché l'azienda investa.
E', a causa dei mancati investimenti della Fiat negli anni scorsi, un stabilimento di solo montaggio e sul piano dei costi non regge più: quello che succederebbe a Pomigliano se la Fiat non vi facesse più investimenti. Comunque su Termini la Fiat non può andarsene via semplicemente girando la chiave sul portone della fabbrica. Deve concorrere a trovare soluzioni industriali sostitutive che permettano il mantenimento dell'occupazione.
Però se Fiat investe a Pomigliano lancia un messaggio positivo anche per Termini...
Certamente è così. La scommessa su Pomigliano se è vincente, e l'esito del referendum è vincente, è indubbiamente un messaggio positivo che rende il Sud più attrattivo per nuovi investimenti sull'industria. Che è quello che ci serve a Termini. Figuriamoci se avessero, per paradosso, vinto i No e la Fiat si ritirasse: i danni sarebbero gravissimi.
Fiat investe proprio quando il governo toglie gli aiuti sull'auto
La questione è complessa. Diciamo che gli incentivi hanno un effetto temporaneo e a volte distorsivo sul mercato anche se sono stati utili in funzione anticiclica. E diciamo anche che è molto positivo che per la prima volta la Fiat investa senza l'aiuto pubblico.
Le politiche industriali pubbliche di sostegno alle aziende dovrebbero però privilegiare gli investimenti qualitativi, quindi finanziare ricerca e l'innovazione. Alzare l'asticella della competizione e non fare bancomat. Ad esempio sostenere la Fiat per diventare la prima azienda al mondo che fa motori elettrici.
Le grandi crisi aziendali hanno tutte un porto: il Ministero dello Sviluppo Economico che però è senza ministro...
E' uno dei tanti paradossi determinati dall'anomalia della politica in Italia. Mettiamo nuovi ministri (e siamo a quattro) ad occuparsi di problemi già ampiamente presidiati e con compiti procedurali mentre da quasi due mesi un Ministero strategico è ad interim.