Breve diario di una visita ad Auschwitz
Memoria, Testimonianza, Responsabilità sono le tre parole ricorrenti negli interventi dei 100 partecipanti al viaggio ad Auschwitz organizzato dalle Filca del Triveneto e di Milano dal 22 al 25 novembre. Ce lo racconta una dei partecipanti, Laura Moro, responsabile della formazione per la Filca Cisl. Le foto sono di Paolo Bizzotto.
Il viaggio è stato predisposto grazie a Daniele Rocchetti, delle Acli di Bergamo, e guidato dal prof. Marcello Pezzetti, docente alla Cattolica di Milano, maggior esperto italiano sul tema della Shoa.
Questo viaggio, che rientra nella più vasta attività formativa della Filca Cisl, è l'inizio di un percorso che vede lo studio del significato e della gestione della "diversità" come occasione di crescita e arricchimento anziché di esclusione e discriminazione e, quindi, la riflessione su come tale "diversità" debba essere approcciata. La verifica attuata alla fine del percorso, ha dimostrato come l'esperienza delle estreme conseguenze dell'esclusione non possa che riportare ognuno alla visione della realtà presente in base a nuovi parametri di valutazione e suscitare una rinnovata motivazione all'intervento e, in particolare, all'intervento sindacale.
Il sistema dei campi di Auschwitz era costituito da 3 centri e fu il più grande concepito e realizzato dai nazisti: Auschwitz I, fu costituito nel maggio del 1940 come campo di lavoro dedicato specialmente ai prigionieri politici e di guerra; Auschwitz II (anche chiamato Auschwitz-Birkenau) fu creato all'inizio del 1942 e destinato ad essere campo di sterminio in cui venivano, con metodo, eliminati coloro che appartenevano a "razze" considerate inferiori; Auschwitz III (o Auschwitz-Monowitz), costituito nell'ottobre del 1942, anch'esso campo di lavoro, concentrava coloro, non immediatamente destinati alla soppressione, il cui lavoro forzato veniva utilizzato nella vicina cava e nelle industrie limitrofe.
La visita ha compreso l'intero sistema iniziando da Birkenau per finire a Monowitz di cui non resta che l'area delle fosse comuni celebrate da un monumento commemorativo.
Birkenau e Auschwitz rimangono, a tutt'oggi, pressoché intatti, con l'eccezione dei 5 centri della morte -costituiti ciascuno da spogliatoio, camera a gas, magazzino kanada (per la gestione di quanto recuperato dai cadaveri) e forni crematori (in totale 63 divisi nei 5 centri) - che furono fatti saltare dai nazisti stessi prima dell'arrivo delle truppe sovietiche il 27 gennaio del 1945.
Se le condizioni di sopravvivenza nei campi di lavoro erano disumane - mancanza di alimentazione, lavoro forzato, temperature invernali rigide senza protezione, servizi igienici inesistenti, diffusione di malattie (specialmente il tifo petecchiale), ammassamento negli alloggi, violenze continue, uccisioni sommarie, attacchi continui dei topi, tra gli altri particolari - a Birkenau non c'erano condizioni di sopravvivenza in quanto la sopravvivenza faceva eccezione solo per i prigionieri dedicati alla gestione della macchina della morte, mentre per la maggioranza degli arrivati si riduceva alla durata della camminata dalla banchina dei treni - in fila continua ad aspettare di far scendere il "carico"- ai centri della morte e camere a gas. In totale, circa un milione e centomila Ebrei furono deportati ad Auschwitz dalle SS e dalla polizia insieme a circa 200.000 altre vittime, inclusi 140.000-150.000 Polacchi non-Ebrei, 23.000 Rom e Sinti (Zingari), 15.000 prigionieri di guerra sovietici e 25.000 civili di diverse nazionalità (Sovietici, Lituani, Cecoslovacchi, Francesi, Yugoslavi, Tedeschi, Austriaci e Italiani). Del milione e trecentomila persone deportate ne furono sterminate un milione e centomila. Le camere a gas contenevano 1000 persone alla volta, pigiate le une sulle altre, per effettuare la strage era necessaria solo mezz'ora.
La visita ad Auschwitz Birkenau non trova parole per essere descritta, a tutt'oggi, trascorsi tre giorni non si riesce a scendere da quella banchina e l'unica parola, ossessiva, che risuona nella testa è "l'orrore".
Pensiamo di sapere cosa è successo ma è un sapere, il nostro, che non giunge a capire il significato di quanto avvenuto. La visita, l'essere lì, dove tutto questo è avvenuto, fa percepire come la grandiosità di tale atrocità sia immanente in quei luoghi, ancora rimanga, rimangano i volti, centinaia di migliaia, di persone scese dal treno per passare per il camino una alla volta, e con essa le loro storie, le relazioni, le memorie, di loro restano solo gli oggetti, gli occhiali, i capelli.
La vita è un'immensità di ricchezze in continua evoluzione, innumerevoli vicende, ricordi di felicità trascorse e difficoltà affrontate, persone conosciute a cui non è stato ancora detto tutto, esperienze iniziate e non ancora concluse. A tutto questo si è scelto di porre fine annullando ogni voce, ogni ricordo, ogni esperienza, mille persone alla volta in sola mezz'ora.
Resta il silenzio, lo stesso di Auschwitz Birkenau, un silenzio solido che ci è rimasto addosso.
Resta l'esigenza della Memoria, il non dimenticare come scelta morale che si è fatta necessaria.
Resta il bisogno della Testimonianza, dire cosa è avvenuto e come e quanto e chi lo ha subìto.
Resta la Responsabilità perchè ciò che è successo potrebbe riavvenire, perché si è iniziata la strage con il creare una cultura favorevole, che annullava l'uomo dietro la razza, dal creare un nemico da offrire all'odio comune, dal fornire capri espiatori su cui far confluire tutte le paure e da eliminare infine per una comune liberazione, dal separare e ghettizzare per poter liberamente colpire.
Memoria, Testimonianza, Responsabilità, per garantire all'altro di restare una persona, per garantire a questo di rimanere un uomo.
Prima di tutto vennero a prendere gli zingari e fui contento perchè rubacchiavano.
Poi vennero a prendere gli ebrei e stetti zitto perchè mi stavano antipatici.
Poi vennero a prendere gli omosessuali e fui sollevato perché mi erano fastidiosi.
Poi vennero a prendere i comunisti ed io non dissi niente perchè non ero comunista.
Un giorno vennero a prendere me e non c'era rimasto nessuno a protestare.
(Bertold Brecht)